Direttorio di Spiritualità Carmelitana


MARIA,
MADRE E SORELLA


Uno studio sull’eredità spirituale dell’Ordine



da Christopher O'Donnell, O.Carm.

Abbreviazioni

1 Introduzione
1.1 La storia delle origini
1.2 Mariologia carmelitana - avvertimento
1.3 Mariologia medievale
1.3.1 Dottrina
1.3.2 Devozione
1.3.3 La schiavitù mariana
1.3.4 Non solo i Carmelitani
1.4 Il XX secolo

2 Dagli inizi al 1324
2.1 L’oratorio sul Monte Carmelo
2.2 I Fratelli e le Sorelle
2.2.1 I Fratelli
2.2.2 Le monache e le suore
2.2.3 Carmelitani
2.3 Strani silenzi
2.4 I riti
2.4.1 La liturgia
2.4.2 Gli inni e le preghiere
2.4.3 Gli atti di devozione
2.5 Conclusione
2.6 Lectio divina

3. Evoluzione della coscienza mariana dell’Ordine
3.1 L’origine eliana dell’Ordine
3.2 Maria ed Elia - Maria e il Carmelo
3.2.1 Gli autori più antichi
3.2.2 Giovanni Baconthorpe
3.3 Una prima sintesi eliano-mariana: Filippo Riboti
3.4 Sintesi eliano-mariana: Arnoldo Bostio
3.5 Sintesi mariana - Bostio
3.6 La vergine purissima
3.7 Lo Scapolare
3.8 Lectio divina

4 Temi mariani centrali
4.1 La Patrona
4.2 Il modello di vita
4.3 La Madre
4.4 La Mediatrice
4.5 La sorella
4.6 La vergine purissima
4.7 Conclusione
4.8 Lectio divina

5. Una spiritualità mariana?
5.1 La spiritualità
5.1.1 La spiritualità mariana
5.1.2 Il rapporto con Maria
5.2 La mistica mariana
5.2.1 Maria e i mistici carmelitani
5.2.2 La vita mariaforme
5.2.3 La mistica mariana in Maria di santa Teresa (Maria Petijt o Petyt)
5.3 Lo Scapolare
5.3.1 Pio XII
5.3.2 Il significato del simbolo
5.3.3 Per rivitalizzare il simbolo
5.4 Conclusione: l’amore reciproco tra Maria e i Carmelitani

6 La liturgia
6.1 Le celebrazioni degli inizi
6.2 Le celebrazioni prima del Vaticano II
6.3 Le riforme del dopo Concilio Vaticano II
6.4 Conclusione
6.5 Lectio divina

7 I documenti dell’Ordine: 1968-1995
7.1 I capitoli generali del 1968 e del 1971
7.2 I documenti dal 1972 al 1978
7.3 Il quinto Consiglio delle Province del 1979 - Ritorno alle fonti
7.4 I documenti dal 1983 al 1991
7.5 La lettera del priore generale del 1988
7.6 La lettera dei due generali del 1992
7.7 Le nuove Costituzioni del 1995
7.8 Conclusione
7.9 Lectio divina

8 Il nostro carisma mariano nella Chiesa di oggi
8.1 Il nucleo centrale del nostro carisma
8.2 Il carisma nella Chiesa
8.3 Alcuni approcci contemporanei
8.3.1 La pneumatologia
8.3.2 L’immagine di Maria nella Chiesa
8.3.3 La questione della donna
8.3.4 Le teologie della liberazione
8.3.5 Maria maestra
8.3.6 La bellezza della Vergine
8.3.7 La consacrazione e lo Scapolare
8.4 Conclusioni
8.5 Lectio divina

9 Conclusione

Note


Abbreviazioni

AAS = Acta apostolicae sedis (Roma).
ACG = G. Wessels, ed., Acta capitulorum generalium O. Carm. Vol. 1 (Roma: Curia Generale O. Carm. , 1912).
AOC = Analecta ordinis carmelitarum (Roma).
AOC Disc = Analecta ordinis carmelitarum discalceatorum (Roma).
CouncProv = Consiglio delle Province (dal 1971).
Congreso 1989 = A. Yubero, ed., Congreso mariano internacional Roma, Abril 1989. Documentos carmelitas 10. (Madrid: Libreria carmelitana, n.d.).
DS = H. Denzinger e A. Schönmetzer, eds, Enchiridium symbolorum definitionum et declarationum de rebus fidei et morum (Barcellona-Friburgo-Roma-New York, 35 1973).
Dspir = Dictionnaire de spiritualité (Paris, 1937 - 1994).
Geagea, Maria = N. Geagea, Maria Madre e Decoro del Carmelo. La pietà mariana dei Carmelitani durante i primi tre secoli della loro storia. Institutum historicum Teresianum. Studia 4. (Roma: Teresianum, 1988).
Gen Chap = Capitolo Generale.
Gen Cong = Congregazione Generale Triennale (dal 1930).
Hoppenbrouwers, Devotio = Hoppenbrouwers, Devotio mariana in Ordine Fratrum B.V.M. de Monte Carmelo a medio saeculi XVI usque ad finem saeculi XIX. Collationes mariales Instituti Carmelitani 1. (Roma: Institutum Carmelitanum, 1960).
Maria icona = Fraternità carmelitana di Pozzo di Gotto, eds, Maria icona della tenerezza del Padre. La spiritualità mariana nell’esperienza del Carmelo. Theologia III. (Palermo: Edizioni Augustinus, 1992).
MarLex = R. Bäumer e L. Scheffczyk, eds, Marienlexicon. 6 volumi. (St. Otillien: Eos, 1988 - 1994).
MCH = A. Staring, ed., Medieval Carmelite Heritage. Early reflections on the Nature of the Order. Textus et studia historica carmelitana XVI. (Roma: Institutum Carmelitanum, 1989).
ND = J. Neuner e J. Dupuis, eds, The Christian Faith in the Doctrinal Documents of the Catholic Church (London: Harper Collins Religious, 51992).
NdizLit = D. Sartore e A.M. Triacca, eds, Nuovo dizionario di liturgia (Roma: Ed. Paoline, 1984).
NdizMar = S. De Fiores e S. Meo, eds, Nuovo dizionario di mariologia (Milano: Ed. Paoline, 1985).
NdizSpir = S. De Fiores e T. Goffi, eds, Nuovo dizionario di spiritualità(Milano: Ed. Paoline, 1985).
O’Carroll, Theotokos = O’Carroll, Theotokos. A Theological Encyclopedia of the Blessed Virgin Mary (Wilmington: Glazier, 2 1983).
Pellegrini = E. Boaga, ed., Pellegrini verso l’autenticità. Documenti dell’Ordine Carmelitano 1971-1992. Carisma e spiritualità. (Roma: Institutum Carmelitanum, 1993).
PG = Migne, Patrologia graeca.
PL = Migne, Patrologia latina.
Roschini = G.M.Roschini, Maria santissima nella storia della salvezza: Trattato completo di mariologia alla luce del Concilio Vaticano II. 4 voll. (Isola del Liri: Ed. M. Pisani, 1969).
RA = Regola di Sant’Alberto
Smet, Carmelites = Smet, The Carmelites. A History of the Brothers of Our Lady of Mount Carmel. 4 voll. (Roma: Istituto Carmelitano - Darien: Carmelite Spiritual Centre, 1975-1985).
SpecC = Daniel a Virgine Maria, ed., Speculum carmelitanum (Antwerp, 1680).
Towards PB = Towards a Prophetic Brotherhood. Documents of the Carmelite Order 1972-1982. Melbourne: Carmelite Centre, 1984).
Valabek, Mary = R.M.Valabek, Mary Mother of Carmel. Our Lady and the Saints of Carmel. 2 voll. (Roma: Carmel in the World Paperbacks, 1987-1988).

Su

1 Introduzione

Maria e il Carmelo sono un’unica cosa, si appartengono vicendevolmente. Per molti secoli l’Ordine Carmelitano è stato benedetto da una ricca tradizione mariana; essa però non può essere studiata da se stessa. Infatti il carisma mariano dell’Ordine può essere pienamente compreso solo se visto in relazione col progredire della storia dell’Ordine stesso e con gli sviluppi e approfondimenti mariani portati avanti dalla Chiesa lungo i secoli.

Di seguito daremo un breve resoconto di questa essenziale visione retrospettiva, con riferimento ai luoghi dove i vari temi vengono più ampiamente trattati.

1.1 La storia delle origini

Siamo sul sicuro quando affermiamo che, nell’ultimo scorcio del XII secolo, un gruppo di eremiti si riunì sul Monte Carmelo e che essi chiesero una regola di vita ad Alberto di Gerusalemme il quale la concesse in una data imprecisata, compresa tra il 1206 e il 1214.[1] Attorno al 1235 i nostri eremiti, costretti dalle ostilità dei Saraceni, cominciarono a lasciare la Terra Santa per stabilirsi in Europa, dove cercarono di continuare il loro stile di vita eremitico; ma ciò si dimostrò impossibile. Nel 1247 ottennero dal Papa Innocenzo IV alcuni cambiamenti alla Regola albertina. Le prime decadi o piuttosto i primi secoli dell’esistenza dell’Ordine in Europa risultarono estremamente difficili per varie ragioni. In primo luogo perché i suoi membri erano solo un gruppo di sconosciuti provenienti dall’Oriente, con scarsi appoggi da parte delle autorità secolari ed ecclesiastiche. In secondo luogo perché vestivano uno strano abito religioso, cioè un mantello a strisce che costituiva oggetto di derisione da parte di tutti; il Capitolo Generale di Montpellier del 1287 [2] lo sostituì con un mantello tutto bianco. In terzo luogo - ed è questa la ragione più importante - perché essi sembravano essere un Ordine recentemente fondato e perciò in contrasto con il IV Concilio Lateranense (1215) che proibiva la fondazione di nuovi Ordini.[3]

I Carmelitani facevano appello alla Regola albertina, loro consegnata in una data precedente l’interdizione del Concilio Lateranense. Nel corso dei secoli poi essi cercheranno di stabilire le loro origini in tempi molto più lontani, tanto da risalire fino al profeta Elia. Ma anche il II Concilio di Lione del 1274 lasciò la loro situazione in sospeso: “Concediamo che l’Ordine dei Carmelitani e l’Ordine degli eremiti di Sant’Agostino, la cui istituzione precedette il suddetto Concilio generale, rimangano come sono, finché non si provveda ad altri regolamenti a loro riguardo”.[4]

Solo nel 1298 Bonifacio VIII rimosse la minaccia incombente sul nostro Ordine.[5] Ma dovettero aspettare fino al 1326, allorché Giovanni XXII estese anche a loro la bolla Super cathedram con la quale Bonifacio VIII aveva concesso esenzioni e privilegi ai Francescani e ai Domenicani. L’Ordine comunque continuò ad essere soggetto ad attacchi ricorrenti; uno di essi fu il noto dibattito, tenutosi all’Università di Cambridge il 23 febbraio 1374, nel quale Giovanni Hornby sconfisse il domenicano Giovanni Stockes, che impugnava le origini eliane dell’Ordine, il nome mariano e la sua approvazione canonica.[6]

Perciò non c’è da sorprendersi del fatto che i primi scritti dell’Ordine, fino a quel tempo, fossero di carattere apologetico e che l’origine eliana dell’Ordine venisse difesa nel contesto degli attacchi mossi all’esistenza stessa dell’Ordine.

1.2 Mariologia carmelitana - avvertimento

Negli studi carmelitani occorre sempre fare molta attenzione a ciò che si vuole precisamente affermare con l’espressione “carmelitano”. Siccome l’Ordine non ha un fondatore nel senso proprio del termine, il problema dell’identità è sempre stato vivo; in tali circostanze è naturale che i Carmelitani cerchino di enfatizzare ciò che è loro proprio, però sarebbe un errore credere che quanto c’è di autenticamente carmelitano non possa essere condiviso anche con altre famiglie religiose.

Un modo per ricercare un’identità carmelitana sarebbe allora quello di non tenere più conto di quanto si trova in altri Ordini religiosi e quindi di identificare quanto rimane come “carmelitano”; così bisognerebbe cercare ciò che è esclusivo appannaggio dei Carmelitani nel campo della spiritualità e della devozione. Come conseguenza allora si arriverebbe ad ignorare le Scritture, i sacramenti, i dogmi, i voti, in quanto tali realtà sono comuni a tutta la Chiesa. Ammesso che ci possa essere uno specifico approccio carmelitano a tutto ciò, per esempio ai voti, rimarrebbe sempre vero che quanto viene condiviso con la Chiesa riguardo all’obbedienza, alla povertà e alla castità, sarebbe più importante per la vita dei Carmelitani di ciò che può appartenere esclusivamente all’Ordine.

Se ci si mettesse alla ricerca di ciò che è specificamente carmelitano e che cioè non si trova in altri Ordini religiosi, si finirebbe con l’avere fra le mani solamente un paio di inni o testi spirituali quali, ad esempio, il Flos Carmeli e con una concezione di Elia e di Maria che non avrebbe nulla di storico dal punto di vista moderno.

Il nostro proposito invece sarà quello di esaminare l’intera vita mariana dell’Ordine, senza indebite preoccupazioni riguardo a ciò che potrebbe essere in comune con altri.

Un’analogia può aiutarci. Tre ingegneri ricevono materiali identici con la consegna di costruire una casa a un solo piano. Gli stessi materiali possono venire utilizzati per costruire una casa con abbondante spazio soggiorno, o una casa con un ampio reparto notte, o una casa con una più vasta area cucina; usando gli stessi materiali e più o meno le stesse quantità, si possono realizzare case molto differenti tra loro. Ciò che è diverso però è lo scopo dei costruttori e l’impiego degli stessi materiali.

Così è per la mariologia degli Ordini medievali: in essi si riscontrano gli stessi elementi base. Ciò che cercheremo di fare allora sarà di vedere quale sia l’esperienza di Maria propria dei Carmelitani. Tutto l’insieme sarà genuinamente carmelitano, benché le varie parti costitutive siano condivise con altri. È importante farci un’idea della nostra mariologia delle origini e poiché tale materiale non è così prontamente accessibile, inizieremo con un breve excursus sulla mariologia medievale.

1.3 Mariologia medievale

Cominceremo col porre l’attenzione sul tempo in cui l’Ordine emigrò in Europa, il XIII secolo, ovvero il secolo che vide i grandi scolastici, la costruzione di molte cattedrali, un enorme fermento intellettuale, nuove forme di vita religiosa, considerevoli scritti di mistica, insieme a cambiamenti sociali e culturali immensi. Se la mariologia medievale da una parte riflette questo tempo così esuberante, dall’altra è capace di dare il suo proprio contributo a questi sviluppi.

Abbiamo già accennato alle grandiose cattedrali medievali; ognuna di esse possedeva i suoi splendidi pezzi di arte mariana. Le grandi vetrate di Chartres o di altre chiese raccontavano passo passo la storia della salvezza nell’Antico e nel Nuovo Testamento riservando a Maria un posto di preminenza: solo prefigurata nell’Antico, ma di centrale importanza nell’economia salvifica del Nuovo testamento.

1.3.1 Dottrina

Nel XIII secolo le più importanti verità di fede riguardo Maria erano già universalmente acquisite. Il dogma della sua divina maternità era rimasto costante fin dal Concilio di Efeso (AD 431). La sua Assunzione al cielo era stata celebrata dalla liturgia circa dal VI secolo e dal tempo di Leone IV († 855) era accompagnata anche da un’ottava. La perpetua verginità di Maria era pacificamente acquisita circa dal tempo del Concilio Lateranense non ecumenico del 649. Il Concilio Lateranense IV inserì l’espressione “Maria sempre vergine” nella formula della sua professione di fede per gli Albigesi e i Catari. In generale si credeva, almeno in qualche misura, all’Immacolata Concezione, ma molti teologi ponevano serie riserve, in particolare i discepoli di san Tommaso d’Aquino; ma già dal XII secolo essa veniva ampiamente celebrata dalla liturgia. In precedenza il Papa siro-siciliano Sergio († 701) aveva stabilito che a Roma si facesse una solenne processione in occasione di quattro feste mariane: la Natività di Maria (8 settembre), la Presentazione (2 febbraio), l’Annunciazione (25 marzo) e l’Assunzione (15 agosto).

Oltre la fede in queste verità fondamentali, era largamente diffusa la fede in altre verità riguardo Maria. In una forma o in un’altra troviamo significative affermazioni riguardo all’unione di Maria con il suo Figlio nell’opera della Redenzione; già in san Bernardo e più tardi in sant’Alberto Magno e san Bonaventura, troviamo accenni alla dottrina della mediazione di Maria. La preghiera Memorare, attribuita a san Bernardo, contiene alcune frasi sue proprie, benché nella sua forma attuale essa risulti risalente al XV secolo o anche più tardi.

La maternità spirituale di Maria, ovvero il suo essere Madre nostra e Madre della Chiesa, era oggetto di insegnamento, in maniera ancora più esplicita, già a partire dall’XI secolo, allorché teologi quali Anselmo di Lucca († 1086) e Ruperto di Deutz († 1130) incominciarono a intravedere tale verità nell’episodio ai piedi della croce narrato dall’evangelista Giovanni (Gv 19, 25-28a). Il titolo di Maria come Regina si era riscontrato con crescente frequenza in sermoni ed inni a partire dal VI secolo; apparso lungamente nelle liturgie orientale ed occidentale, divenne fortemente marcato nel XIII secolo.

1.3.2 Devozione

Se prendiamo in considerazione le preghiere mariane e la devozione nel XIII secolo, riscontriamo per certo esuberanza. Sono già presenti molti santuari e luoghi di pellegrinaggio mariani. Ad esempio in Inghilterra due santuari vantavano lunga fondazione: Walshingam (1061) e Glastonbury (del VII secolo e ricostruito nel 1186); in Svizzera invece Einsiedeln, che risale al X secolo. Specialmente dalla metà del XII secolo si possono trovare poemi nei vari dialetti.

A quel tempo molte erano le devozioni a Maria santissima. Nel periodo carolingio cominciano a fiorire raccolte di preghiere di vario tipo; fra esse una delle più conosciute era il Libro delle Sante Orazioni (Libellus sacrarum precum) risalente alla fine del IX secolo e contenente diverse preghiere mariane. Più tardi, invece, troviamo i Libri delle Ore il cui nucleo centrale era costituito dal Piccolo Ufficio della Beata Vergine; esso prende forma da devozioni (cursus) aggiuntive che vengono a sovrapporsi all’Ufficio canonico e da altri Uffici votivi della Beata Vergine che nacquero nel periodo carolingio. Tale Piccolo Ufficio venne revisionato da san Pier Damiani († 1072) e fu da lui raccomandato per la preghiera quotidiana.

Nel XIII secolo molti erano gli inni e le preghiere mariane che circolavano e che furono incorporate anche nella liturgia carmelitana e nelle preghiere comunitarie. La prima parte dell’Ave Maria esisteva già dal VII secolo ed era una parte del Piccolo Ufficio, pure raccomandata da Pier Damiani per la recitazione frequente. È probabile che l’aggiunta del nome “Gesù” risalga al tempo di Urbano IV († 1264), ma la seconda parte della preghiera (“Santa Maria ...”) è del XV secolo. Fra gli inni più comuni di questo periodo è da includere anche l’Ave maris stella che risale al IX secolo. Anche le quattro grandi antifone mariane erano già conosciute: Alma redemptoris mater (XII sec.), Salve Regina (forse XI sec.), Ave regina coelorum (XII sec.) e la Regina coeli (probabilmente XIII sec.).

Allo stesso periodo risalgono altre forme di preghiera più popolari. A cominciare circa dall’XI secolo compaiono le litanie mariane; ad es. un modello delle litanie Lauretane, risalenti alla fine del XII secolo, composte da 73 invocazioni. Al XII secolo possono risalire delle litanie irlandesi, composte da 76 invocazioni. Similmente, a partire dal 1130 circa, si iniziò ad utilizzare alcune forme di salutazioni a Maria, spesso ripetute 150 volte in corrispondenza ai 150 salmi del Salterio (Grußpsalter); col tempo tale forma di preghiera diede origine al Rosario che però assunse la sua attuale conformazione solo agli inizi del XV secolo. Sempre al XII secolo risalgono le raccolte delle allegrezze (cinque) e dei dolori (sette) di Maria (Marienklagen). La lunga sequenza dello Stabat Mater risale probabilmente alla fine del XIII secolo ed è forse opera del francescano Jacopone da Todi († 1306).

L’usanza di recitare tre Ave Maria alla sera può risalire all’XI secolo; fu Gregorio IX († 1241) a stabilire che si suonassero le campane per far sì che anche la gente potesse offrire le tre Ave per le crociate.

Sempre all’XI secolo risale la prima collezione di leggende mariane: si tratta del Liber de miraculis sanctae Dei Genetricis Mariae.

Nel XII secolo divennero popolari le vite di Maria, spesso ampiamente basate su scritti apocrifi. Dal primo quarto del XIII secolo, specialmente in Francia e in Italia, cominciano a comparire le confraternite mariane.

Il padre Emanuele Boaga, O. Carm., ha messo in luce un’ulteriore significativa area di interesse per la mariologia carmelitana delle origini e precisamente l’elenco dei santuari e dei luoghi santi presenti in Palestina, associati a Maria dalle Scritture, dai testi apocrifi e dalle tradizioni orali.[7] Questo potrà aiutarci più avanti nell’afferrare pienamente il significato della scelta di Maria come Patrona dell’oratorio sul Monte Carmelo.

1.3.3 La schiavitù mariana

Possiamo infine sottolineare l’emergere, nell’XI secolo, di quella che verrà più tardi chiamata “la schiavitù mariana”. San Bernardo, per esempio, definisce se stesso il servo di Maria (servulus). Ciò può essere significativo per l’idea carmelitana di patronato che troveremo più avanti.

1.3.4 Non solo i Carmelitani

Come vedremo, i Carmelitani, approdando in Europa, adottarono molte di queste pratiche e credenze esistenti; perciò, se ci limitiamo a studiare solo ciò che è tipicamente carmelitano, corriamo il rischio di sottovalutare e perfino di ignorare una parte non indifferente della nostra eredità mariana. Piuttosto dobbiamo cercare di prendere in considerazione la vita mariana dei primi frati carmelitani nel suo insieme e vedremo che solo in minima parte essa è loro specifica.

Molti sono i paralleli che si possono fare con altri Ordini, quali i Cistercensi,[8] i canonici Premostratensi[9] e naturalmente i Domenicani.[10] Prima però dobbiamo affrontare la questione dell’identità carmelitana, vista, in particolare, attraverso le prime Costituzioni e i titoli dell’Ordine.

1.4 Il XX secolo

Nel XX secolo assistiamo a quello che è stato chiamato il “Movimento Mariano”, ovvero un tempo di grande entusiasmo, congressi, scritti e sviluppi devozionali,[11] culminato con la definizione del dogma dell’Assunta (1950) e l’Anno mariano (1954). A ciò seguì un declino, nonostante la significativa dottrina del Vaticano II, che però venne gradualmente superato grazie agli importanti documenti papali di Paolo VI, Marialis cultus (1974) e di Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater (1987). Dalla metà degli anni settanta si poté assistere a un’immensa produzione di studi su tutti gli aspetti della mariologia.[12]

Per l’Ordine il 1950 è stato l’apice del XX secolo grazie alla calorosa approvazione dello Scapolare da parte di Pio XII nella lettera Neminem profecto latet[13]; però gli anni seguenti videro un certo declino e indebolimento da parte dell’Ordine. La storicità della visione dello Scapolare fu sottoposta a un serio esame. Sebbene l’evidenza della visione fosse considerata insoddisfacente dagli stringenti teologi Giovanni de Launoy († 1678) e Herbert Thurston († 1939) non riuscirono a influenzare un gran che l’apprezzamento dell’Ordine per lo Scapolare. I validi sforzi del padre B.M. Xiberta per difendere l’autenticità della visione dello Scapolare[14] vennero gradualmente considerati meno che convincenti. Affermazioni più pacate non riuscirono a consolare coloro che erano stati scossi nella loro pacifica certezza riguardo alla visione dello Scapolare.[15] Il privilegio sabbatino, basato su una supposta visione apparsa a Giovanni XXII, veniva mostrato come una contraffazione medievale.[16] Nel Messale proprio carmelitano del 1972 non compariva la festa o la memoria di Simone Stock. La prima revisione del calendario della Chiesa universale aveva in precedenza soppresso la festa di nostra Signora del Monte Carmelo.

Nonostante ciò si assisteva a un recupero della coscienza mariana carmelitana a partire dal Capitolo Generale straordinario del 1968, nel quale Maria venne presentata in termini ampiamente consoni col Vaticano II e veniva difeso il valore dello Scapolare.[17]

Tali questioni erano già presenti nel Capitolo Generale del 1971 e riemergono poi in alcuni degli incontri del Consiglio delle Province, delle Congregazioni Generali e dei Capitoli. La revisione del Messale romano del 1969 ripristinò la celebrazione di Nostra Signora del Monte Carmelo e la Santa Sede concesse all’Ordine carmelitano di celebrare nuovamente la Messa e l’Ufficio di san Simone Stock nel 1979.

Accanto a questi sviluppi è possibile notare nella bibliografia annuale di Carmelus come l’interesse verso la mariologia carmelitana sia stato sempre crescente; infatti membri dell’Ordine hanno pubblicato ampi scritti sulla Vergine Maria. Nel 1989 l’Ordine ha organizzato ben tre congressi mariani: uno al Centro Internazionale S. Alberto di Roma, uno a Sassone, appena fuori Roma e un altro a New York. Nel 1998 la grande Famiglia Carmelitana degli Stati Uniti ha organizzato una conferenza a Reno (Arizona).

Perciò questo è un tempo favorevole per tornare a prendere in considerazione il carisma mariano dell’Ordine e presentarlo nelle forme adeguate alla Chiesa del tempo contemporaneo. Questo breve lavoro prenderà in esame le origini e gli sviluppi del carisma mariano del Carmelo; presenterà, poi, la riflessione su Maria attraverso i documenti ufficiali dell’Ordine dal Vaticano II in poi e abbozzerà alcune delle prospettive mariologiche contemporanee entro le quali siamo chiamati a esprimere il nostro carisma.

Su


2 Dagli inizi al 1324

Le prime decadi dell’esistenza dell’Ordine dei Carmelitani in quanto eremiti sul Monte Carmelo e il primo secolo della loro esistenza in Europa non presenta una documentazione molto ampia; di conseguenza sono molto pochi i riferimenti a Maria degli inizi dell’Ordine che si possono raccogliere e quelli che ci sono risultano perciò preziosissimi. Dobbiamo però sempre tenere presente che i Carmelitani apparvero sulla scena di una Chiesa e di una società medievali che possedevano una consapevolezza mariana profondamente radicata. La vita mariana dei Carmelitani assorbì molto di quanto già era presente attorno a loro. In questo periodo possiamo comunque già notare la presenza dei fondamenti del tema del patronato e del nome di Maria nel titolo dell’Ordine.

2.1 L’oratorio sul Monte Carmelo

Nella Vitae formula data da Alberto di Gerusalemme (ca. 1206-1214) non si fa alcuna menzione della beata Vergine, mentre viene specificato che in mezzo alle celle doveva essere costruito un oratorio, al quale convenire per partecipare all’Eucaristia quotidiana (Regola 10). Dai racconti dei pellegrini si sa che, dal 1231 circa o forse anche qualche anno più tardi, questo oratorio era dedicato a Nostra Signora; testimonianze riguardo a questa chiesa dedicata a Maria, sul Monte Carmelo, si trovano fino al XV secolo. A quel tempo molte erano le chiese dedicate a Maria in luoghi legati alla sua vita, a leggende mariane o alla liturgia.[18]

La scelta di Maria, fatta dagli eremiti, considerando la mentalità del tempo, non può essere una coincidenza o un caso, ma in un certo senso tale scelta voleva significare avere Maria presente nella comunità, averla come Patrona. Nei secoli seguenti i nostri autori svilupparono sempre più le implicazioni di questo oratorio, a volte in modi veramente bizzarri.

2.2 I Fratelli e le Sorelle

Le denominazioni date agli istituti religiosi sono sempre significative e, senza ombra di dubbio, ciò vale ancor più per i Carmelitani, dati i loro problemi di identità. Passiamo ora a considerare i vari titoli dati all’Ordine, incluso il ramo femminile, le Sorelle, sebbene esse appartengano a secoli successivi.

2.2.1 I Fratelli

Nella Regola albertina i membri della comunità vengono chiamati eremiti (eremitis),[19] ma con maggior frequenza “fratelli” (fratres).[20] Quando giunsero in Europa, essi erano conosciuto con nomi differenti. Il primo documento pontificio, la bolla Ut vivendi formam di Onorio III (1226), è indirizzata al “priore e ai fratelli eremiti del Monte Carmelo”.[21] Il primo conferimento di un titolo mariano all’Ordine da parte di un Papa può essere quello avvenuto nel 1247 con la costituzione Devotionis vestrae precibus di Innocenzo IV; con certezza, però, esso è stato dato con la bolla Ex parte dilectorum (1252) dello stesso Papa, che fu indirizzata ad Arcivescovi e Vescovi “in favore degli eremiti di santa Maria del Monte Carmelo”. Comunque l’uso di un titolo mariano per entità morali, quali congregazioni religiose, chiese, monasteri ed ospedali non era rara a quel tempo.[22] Nel corso della restante parte del secolo XIII titoli quali “l’Ordine di Santa Maria del Monte Carmelo” o “i Fratelli eremiti dell’Ordine della beata Maria del Monte Carmelo” si trovano frequentemente nei documenti pontifici.[23] Comunque, in questo periodo sia all’interno dell’Ordine che in documenti legali o civili, il titolo “Ordine di Santa Maria del Monte Carmelo”, o una variante di esso, era abbastanza comune.[24] Una citazione incidentale, ma molto significativa, di un rescritto di Urbano IV, datato al 1263, afferma che Maria è Patrona del Carmelo.[25]

Il primo documento dell’Ordine in nostro possesso, nel quale si asserisce che Maria è Patrona, sono le Costituzioni del 1294.[26] Nel XIV e XV secolo tale nozione verrà fatta oggetto di ampia riflessione; nel medesimo periodo i documenti papali parlano dell’Ordine come “contraddistinto” (insignitus) dal nome della beata Vergine Maria del Monte Carmelo.[27] Come il titolo mariano, anche il nome “Carmelitani” cominciò ad essere usato a partire dal tempo di Gregorio X, nel 1274.[28] Col tempo, poi, il titolo più breve venne ampliato con l’aggiunta delle parole “Genetrix” (Madre di Dio) e “Vergine” o “sempre Vergine”, così che, alla fine del XIV e XV secolo, il titolo completo divenne “Ordine dei Fratelli della santa Madre di Dio Maria del Monte Carmelo”[29] e dal tempo di Sisto IV, “Ordine (o Fratelli) della gloriosissima Madre di Dio, la sempre Vergine Maria del Monte Carmelo”.[30]

2.2.2 Le monache e le suore

Nella complessa evoluzione dei rami femminili dell’Ordine che da confraternite vennero a organizzarsi in forme di vita religiosa propriamente detta, troviamo forme di espressione molto simili. Nella Regola per le Sorelle del 1488 si afferma che le sorelle non professe vengono ammesse “alla Confraternita dell’Ordine dei Fratelli della beata Maria del Monte Carmelo” mediante l’imposizione della cappa, con le seguenti parole: “Ricevi il segno del santo Ordine (sanctae religionis) della Madre di Dio e Vergine Maria per la remissione dei tuoi peccati”.[31] Riguardo al gruppo di donne che, a Firenze, si erano associate all’Ordine nel 1450, cioè prima della fondazione del convento di santa Maria degli Angeli, si diceva che “vivevano nelle loro proprie case conducendo una vita assai esemplare e santa e si facevano chiamare Sorelle della Vergine Maria”;[32] inoltre erano conosciute per il fatto che portavano il bianco mantello della gloriosa Vergine Maria.[33] Le diverse costituzioni delle monache e delle sorelle portano titoli differenti : quelle di Parma, da datarsi non più tardi del 1481 erano intitolate “Statuti delle sorelle religiose dell’Ordine della beatissima Madre di Dio del Monte Carmelo”;[34] quelle di Bologna del 1594 erano intitolate “Costituzioni e Regola delle suore carmelitane”.[35] In un motu proprio papale del 1476 troviamo un riferimento alle “monache dello stesso Ordine della gloriosissima Madre di Dio, la sempre vergine Maria del Monte Carmelo”.[36]

2.2.3 Carmelitani

All’interno di tutto l’Ordine, comunque, il preciso e più conveniente nome “Carmelitani” crebbe in popolarità, finché il capitolo generale tenutosi alla Traspontina nel 1680 stabilì che negli scritti e nelle stampe si dovesse usare il titolo “Fratelli dell’Ordine della beatissima e sempre vergine Maria del Monte Carmelo” invece che quello di “Carmelitani”. Tale norma fu conservata anche nelle Costituzioni del 1930, dove, però, era stabilito che, nei documenti ufficiali, i membri dell’Ordine dovessero chiamarsi “Fratelli della beata Vergine Maria del Monte Carmelo” invece che semplicemente “Carmelitani”.[37]

Col tempo, la riflessione sul nome dell’Ordine porterà alla comprensione di Maria quale Sorella dei Carmelitani.

2.3 Strani silenzi

Sebbene sia impressionante l’evidenza del carattere mariano dell’Ordine nel XIII secolo, rimangono alcune sorprendenti lacune. Più sopra abbiamo notato che la Regola non fa menzione di Maria. L’ex priore generale, Nicola il Francese, nel suo accorato appello rivolto all’Ordine attraverso la sua opera La freccia di fuoco affinché ritorni alla sua vita eremitica, fa solo un riferimento di sfuggita a Maria, quando parla di lei che, al momento dell’Annunciazione, si trova solitaria.[38]

Ancora più sorprendente è il testo fondazionale della Rubrica prima (primo articolo) delle Costituzioni del 1281; in esso si riferisce la risposta che i giovani membri dell’Ordine dovevano dare a coloro che li interrogavano sulle origini dell’Ordine stesso. Se punta sull’origine eliana dell’Ordine, rimane, però, muto riguardo a Maria.[39] Occorrerà aspettare fino alle Costituzioni del 1324 per trovare un riferimento a Maria nella Rubrica prima; in quel momento, infatti, lo scopo dell’articolo non è più solo quello di rispondere alla domanda “Come è nato il nostro Ordine?”, ma anche “e perché ci chiamiamo Fratelli dell’Ordine della beata Maria del Monte Carmelo?”. Questa versione della Rubrica risalente al 1324 riferisce l’origine eliana, ma aggiunge anche un paragrafo altamente significativo: Dopo l’Incarnazione i loro successori costruirono ivi (sul Monte Carmelo) una chiesa in onore della beata Vergine Maria e scelsero il suo titolo; perciò, da quel tempo, furono chiamati, per privilegio apostolico, i Fratelli della beata Vergine Maria del Monte Carmelo.

Questa aggiunta ci mostra già, in forma sviluppata, la leggenda mariano-eliana, che studieremo nel prossimo capitolo.

Allo stesso modo manca, nella documentazione del XIII secolo, ogni riferimento allo Scapolare o alla visione di san Simone Stock.

2.4 I riti

Se vogliamo prendere in considerazione la vita mariana dell’Ordine nei suoi primi secoli di vita e formazione, occorre non solo che esaminiamo i testi e le dichiarazioni ufficiali, ma anche che ci rendiamo conto di quale fosse la vita che i Fratelli conducevano a quel tempo. Cosa facevano in comunità e specialmente nella liturgia che evidenziasse un rapporto particolare con Maria? Due sono le fonti più importanti per un tale studio. La prima è costituita dalle tre edizioni più antiche delle Costituzioni che ci sono pervenute: quelle di Londra (1281), quelle di Bordeaux (1294) e quelle di Barcellona (1324). La seconda fonte, invece, è il nostro più antico Ordinale, nel quale veniva specificato in che modo si dovesse celebrare la liturgia; l’Ordinale più antico in nostro possesso risale al 1263 circa e contiene molti elementi mariani, molti dei quali comuni ad altri ordini religiosi del tempo.

Il capitolo generale di Bordeaux del 1294 richiese al priore generale una revisione dell’Ordinale dell’Ordine; tale revisione prese forma nell’Ordinale di Siberto de Beka († 1332) risalente al 1312 circa, che però non apportò alcuna sostanziale variante, limitandosi ad aggiungere alcuni ulteriori segni di devozione.[40]

2.4.1 La liturgia

La celebrazione delle feste è una fonte privilegiata di informazioni circa la dimensione mariana dell’Ordine; troviamo, infatti, elementi di questo tipo fin dai primissimi esordi. Si fa riferimento, ad es., ad una commemorazione quotidiana della beata Maria e anche quando non c’era alcuna festa, veniva cantata una Messa in suo onore. Inoltre a tutte le ore della Vergine era stabilito che si aggiungesse un’antifona per invocare pace e protezione, anche se tale antifona non era indirizzata a Maria.[41]

Nel 1324 quattro erano le principali feste mariane: la Purificazione, l’Annunciazione, l’Assunzione e la Natività di Maria.[42] Eccettuata l’Annunciazione, che cadeva in date vicine al Giovedì santo e alla Pasqua, tutte le altre feste erano giorni nei quali si poteva ricevere la santa comunione.

Normalmente tutti i sabati si celebrava una Messa e l’Ufficio della beata Vergine. Le Costituzioni del 1324 stabilivano che in ogni convento dell’Ordine venisse cantata la Messa della beata vergine prima dell’Ora Prima.[43]

Le Ore canoniche della beata Vergine dovevano essere recitate ogni giorno e l’Ufficio mariano, che iniziava con l’Ave Maria (ancora nella forma breve), doveva essere il primo atto liturgico della giornata, mentre la Compieta mariana, che terminava con la Salve Regina, doveva costituire l’Ufficio conclusivo. Anche nelle Ore maggiori dell’Ufficio veniva fatta una commemorazione della Vergine Maria alle Lodi e ai Vespri. A Compieta il nome di Maria appariva anche nel Confiteor e nella Compieta mariana si diceva anche il Sub tuum praesidium (“Sotto la tua protezione noi cerchiamo rifugio ...”).

Si trovano anche alcune interessanti rubriche: un piccolo inchino ad ogni menzione del nome di Maria; un inchino profondo al “Preghiamo” nei suoi Uffici; una prostrazione o genuflessione all’invitatorio Ave Maria, all’inizio dell’inno Ave maris stella e alla Salve Regina. L’Ordinale di Siberto prescriveva che venisse accesa una candela in suo onore alle Ore liturgiche e alla Messa e al canto della Salve Regina.[44]

Anche le diverse Messe che dovevano essere celebrate in onore della beata Vergine mostrano qualche aspetto della dimensione mariana dell’Ordine. Le Costituzioni del 1294 specificavano il numero di 50 Messe per i benefattori e i fratelli defunti: dieci dovevano essere Messe per lo Spirito Santo, dieci della vergine Maria e trenta le Messe per i defunti.[45]

2.4.2 Gli inni e le preghiere

Già nel XIII possiamo trovare le nostre due più antiche preghiere mariane. L’orazione Concede veniva usata nel rituale della Professione dal 1281: Concedi a noi tuoi fedeli, o Signore, di godere di continua salute dell’anima e del corpo e per intercessione della gloriosa e beata sempre vergine Maria, fa che siamo liberati dalle prove presenti e possiamo godere della gioia futura. Per Cristo nostro Signore. Amen.[46]

Questa orazione, molto comune nel rito latino, è stata usata fino ai tempi moderni, nell’Ordine e la si recitava dopo le Litanie lauretane; non compare, però, nei testi di Costituzioni dopo il 1294. Un’orazione simile ad essa, il Protege, viene molto presto a sostituirla e la si ritrova nelle Costituzioni a partire dal 1324: Proteggi, o Signore, i tuoi fedeli con la pace e, per la loro fiducia nel patrocinio della beata Vergine Maria, difendili da tutti i loro nemici. Per Cristo nostro Signore. Amen. [47]

In quest’ultima orazione il ruolo di Maria quale Patrona appare più chiaramente che nella preghiera Concede; spesso è prescritto che venga recitata diverse volte nel corso di una celebrazione. In seguito, poi, le nostre Costituzioni la inseriranno in diversi contesti, come l’ammissione dei novizi e la loro Professione, i capitoli, gli anniversari, l’accoglienza del Priore generale, le visite, le elezioni, l’ammissione di persone a godere dei benefici spirituali dell’Ordine.

Nelle Costituzioni del 1294 troviamo, per la prima volta, il versetto “Prega per noi santa Madre di Dio” (Ora pro nobis sancta Dei Genetrix)[48], come anche l’orazione Concede da recitarsi alla fine del capitolo provinciale. Nelle Costituzioni seguenti il versetto apparirà negli stessi contesti delle due suddette orazioni.

Le Costituzioni del 1324 approvano nuovamente l’Ordinale di Siberto de Beka, aggiungendo, però, che il versetto venga proclamato ad ogni Ora, prima del Fidelium, della Salve e dell’orazione Protege.[49] Tale prescrizione verrà presto estesa anche alle Messe.[50]

Più sopra abbiamo già accennato all’aggiunta mariana nel Confiteor. Il capitolo generale del 1342, che aggiunse diversi elementi mariani, stabilì anche che, quando possibile, dopo il ringraziamento, venissero recitate anche le seguenti preghiere: Ave regina coelorum, Ora pro nobis e Protege.[51]

2.4.3 Gli atti di devozione

Oltre alle preghiere e agli Uffici, le diverse Costituzioni stabilivano anche un certo numero di pie pratiche, che erano tutte costitutive di una profonda consapevolezza mariana, se non proprio di una spiritualità. Troviamo frequenti richiami a inchini del capo e a penitenze in caso di omissione. Nelle prime Costituzioni si dice che bisogna fare un inchino, nella Messa solenne, ogni volta che i nomi di Gesù e di Maria vengono menzionati nelle orazioni.[52]

Nelle Costituzioni del 1294, poi, tale clausola viene estesa a tutte le preghiere.[53] L’inchino veniva fatto col capo scoperto e in maniera tale che fosse possibile toccarsi il ginocchio con le mani. A partire dalle Costituzioni del 1324, a tali inchini venne associata una penitenza che, per la sensibilità moderna, appare alquanto dura.[54] Fin dagli inizi, poi, venivano applicate delle penitenze anche per ogni disonore arrecato ai nomi di Gesù e di Maria.[55] Alle parole iniziali dell’inno Ave maris stella e alla Salve regina cantata a Compieta bisognava fare una genuflessione.[56] Anche nelle cerimonie di ammissione dei novizi e della Professione troviamo importanti riferimenti a Maria. Già nelle Costituzioni del 1281 si legge che la Professione veniva fatta a Dio, a Maria e al priore generale, norma che vige ancor oggi. Io, fra’ .... faccio la mia professione e prometto obbedienza a Dio, alla beata Maria e a te, fra’ ... Priore generale dei frati eremiti dell’Ordine di nostra Signora del Monte Carmelo ...[57]

Non sembra che ciò fosse peculiare dell’Ordine, poiché tale usanza si riscontra presso altri Ordini medievali[58]; ciononostante, i Domenicani inizialmente ne pretendevano l’esclusiva.[59] A partire dal 1324 le orazioni usate per l’ammissione dei novizi, affermano che l’Ordine è stato fondato in onore di Maria e che Dio stesso l’ha donata all’Ordine quale Patrona principale.[60] Si riscontrano anche il versetto “Ora pro eo sancta Dei Genetrix” e l’orazione Protege.[61]

2.5 Conclusione

Nel corso del primo secolo dopo che l’Ordine ebbe ottenuto la sua Formula di vita, nonostante la scarsità dei documenti, appare, con ampie evidenze di vario tipo, il suo stretto legame con Maria; si tratta già di un senso incipiente della presenza dell’Ordine a Maria e della sua appartenenza a Lei. Sarà il secolo successivo a riflettere su queste intuizioni iniziali; nei contesti di controversia in cui si è venuto a trovare, l’Ordine ha saputo far emergere diverse implicazioni e sviluppare un mito storico della relazione tra Elia, Maria di Nazaret e i figli dei profeti, che si riteneva fossero tutti discendenti diretti, senza interruzione.

Questo studio sul carisma mariano dell’Ordine tenterà di provare l’affermazione tradizionale che l’Ordine esiste per Maria e che il servizio a lei - riflesso del servizio a Cristo - era, ed è tuttora, la ragione principale della sua stessa esistenza;[62] affermazione condensata nell’aforisma, divenuto tradizionale specialmente dopo Arnoldo Bostio († 1499), che Totus marianus est Carmelus, cioè che il Carmelo è tutto di Maria.[63]

2.6 Lectio divina

Per una lectio divina possiamo servirci di un inno usato dai Carmelitani nel XIII secolo e che ancor oggi si trova nella liturgia e nei libri di canto: si tratta dell’Ave maris stella. Ci è pervenuto in un manoscritto del IX secolo, ma potrebbe anche risalire al secolo precedente.[64] Quando riflettiamo su tale inno, ci troviamo in continuità con la Chiesa del primo medioevo e con i nostri predecessori Carmelitani. Nella Liturgia delle Ore inglese viene utilizzata una moderna traduzione dell’inno, fatta da Ralph Wright; per un Carmelitano tale testo presenta molti echi della nostra tradizione. Offriamo anche un’altra traduzione più antica.

Nella lectio possiamo chiederci:
• Cosa significa e cosa può aver significato questo testo per i Carmelitani, che l’hanno assunto dalla Chiesa medievale?
• Che cosa significa, invece, per me / per noi nel nostro cammino spirituale, nella nostra situazione politica e socio-economica?
• In che modo possiamo far eco a queste parole attraverso la nostra preghiera spontanea?
• Come possiamo lasciarci affascinare dalla bellezza delle sue parole e dalla profondità del suo messaggio?
• In che modo questo inno ci sprona all’azione?

Ricordiamo succintamente le tappe di questa tradizionale forma di preghiera che è la lectio divina: lectio, cioè la lettura; meditatio, ovvero la riflessione; oratio, che è la nostra risposta alla parola con la preghiera; contemplatio, cioè il riposo, il rimanere con lo sguardo del cuore fisso nella parola, l’accogliere il dono dall’alto, l’abbandonarci in Dio; actio, l’agire, il portare la parola nel concreto della nostra azione.

Ave maris stella

Stella del mare e dell’oceano
ingresso al paradiso dell’uomo
madre del nostro Creatore
ascolta la nostra preghiera, o Signora.

Accogliendo l’Ave
del semplice saluto di Dio
hai generato un salvatore
che di molto sorpassava ogni possibile sogno.

Sciogli i legami che ci stringono
e ci tengono legati alla cecità del nostro peccato
con gli occhi ormai aperti
possa la luce stessa di Dio ora guidarci.

Mostrati quale nostra madre
udrà la tua supplica
colui che il tuo grembo ha ospitato
e la cui mano porta sollievo.

Tu, la più soave delle vergini,
il nostro amore sia fedele
preservaci da ogni male
tu dolce, forte e amabile.

Proteggici attraverso i pericoli della vita
non allontanarti mai e non lasciarci,
possa la nostra speranza trovare un porto
nella pacifica acqua di Gesù.

Noi cantiamo a Dio nostro Padre
attraverso il Figlio che ci salva
gioiosi nello Spirito
lodi senza fine.

(Traduzione all'inglese di R. Wright, OSB, Ampleforth)

Ave maris stella

Ave stella dell’oceano
tu che porti il Bambino Divino
Madre e sempre Vergine
Porta propizia al Cielo.

Accogliendo il dolce Ave
pronunciato per primo da Gabriele
revocando il nome di Eva,
sii il segno di pace.

Spezza i legami dei peccatori,
ridona ai ciechi la luce,
disperdi le nostre malattie,
implorando ogni grazia per noi.

Mostrati quale Madre
nella tua supplica:
Egli ascolterà colei che ha scelto
Per la sua Incarnazione.

Vergine che sorpassi ogni vergine
tu mite e umile,
conquista il perdono ai peccatori
Rendici puri e santi.

Nel nostro continuo cammino
aiuta il nostro sforzo,
finché guarderemo a Gesù
E ci rallegreremo per sempre.

padre, Figlio e Spirito,
tre in uno confessiamo,
uguale gloria doniamo
uguale lode e benedizione.

(Traduzione dall'nglese di Riley, 1891)

Su


3 Evoluzione della coscienza mariana dell’Ordine

La maggior parte dei concetti che abbiamo potuto vedere nel capitolo precedente, verranno poi sviluppati lungo i secoli successivi. La coscienza mariana dell’Ordine, infatti, si è sviluppata rapidamente.[65] Se vogliamo cogliere veramente tale sviluppo, non possiamo limitarci solo a un esame attento della documentazione esistente, ma dobbiamo prima di tutto cercare di entrare in sintonia ed empatia con la situazione che i Carmelitani si trovarono a vivere nel XIII e XIV secolo. Altrimenti corriamo il rischio di rimanere completamente tagliati fuori dalla lunghezza d’onda di questa delicata e complessa evoluzione. Ancora di più è necessario che teniamo ben fissi davanti a noi alcuni punti salienti, mentre cerchiamo di comprendere il modo in cui la vita mariana dell’Ordine ha avuto origine.

I Frati cominciarono a giungere in Europa attorno al 1238[66] e in seguito sembra che la migrazione sia stata graduale fino al 1291, anno in cui il Regno latino di Gerusalemme fu conquistato. Con sé portarono la loro Regola, uno stile di vita contemplativa fortemente caratterizzata dall’ascetismo. Certamente la nostalgia più grande che dovevano sentire nel cuore era per la loro cappella dedicata a Maria, costruita sulla santa montagna; già nel 1235 li vediamo dedicare, in Europa, un monastero a Maria.[67] I nostri giunsero in un Europa che, come abbiamo visto nell’introduzione, era molto ricca nella devozione a Maria; i frati Carmelitani si inserirono facilmente in questa cultura mariana e iniziarono un processo di integrazione dell’eredità loro propria con la vita mariana dell’Europa, per loro così congeniale.

Sembra che tenessero in grande considerazione il loro senso di Maria quale Patrona, simboleggiata dalla loro cappella in suo onore sul Monte Carmelo; già nel 1282 il Priore generale, Pietro de Millau, in una lettera indirizzata al re Edoardo I di Inghilterra, nella quale chiedeva il suo sostegno, affermava che l’Ordine Carmelitano era stato fondato particolarmente in onore di Maria.[68] La medesima asserzione si trova nei documenti del capitolo generale del 1287.[69] Più tardi Giovanni Baconthorpe († circa nel 1348) dirà che “Dio .... volle fondare i Frati del Carmelo per la lode della sua Madre”.[70] E guardava con occhio profetico alla fine dei tempi, quando i Carmelitani sarebbero stati ricompensati per lo speciale compito a loro affidato, quello, cioè, di svolgere un intenso servizio per la lode di Maria e l’onore di Cristo.[71]

In questo tempo di assestamento e di ricerca della loro identità, il rapporto con Maria, loro Patrona, fu, per i Carmelitani, come un solido fondamento. Non mancano, però, anche altri elementi: il loro ideale contemplativo e la loro memoria del profeta Elia.

3.1 L’origine eliana dell’Ordine

Abbiamo potuto in precedenza notare che l’origine eliana dell’Ordine era già fortemente affermata nella Rubrica prima delle Costituzioni del 1281; e non è difficile osservare come questa tematica eliana venisse sviluppata in risposta all’opposizione fatta nei confronti di questo nuovo Ordine, che non poteva vantare uno specifico fondatore storico, come san Domenico o san Francesco. I frati carmelitani sapevano che avevano vissuto sul Monte Carmelo per un lungo periodo; si trattava di un monte santo, al quale, da tempi molto antichi, era associata la presenza di eremiti e in particolare del grande profeta Elia. In lui vedevano un grande profeta e un grande contemplativo; un uomo che, come Mosè, aveva incontrato il Dio vivente sul monte Horeb (1 Re 19, 11-18). Erano certi che, nonostante l’opposizione incontrata in Europa, il loro stile di vita era antico e autentico.

Nel Medioevo, come anche nei tempi biblici, le verità venivano spesso tramandate attraverso il mito. Noi, col nostro senso moderno di storicità, ci troviamo spesso a disagio di fronte al mito; questo perché ci poniamo la domanda sbagliata. Infatti, invece di chiedere: “Che significato ha questo mito?”, noi chiediamo: “È avvenuto veramente?”. Ma un mito possiede una verità che non corrisponde a ciò che esso esplicitamente afferma. La verità soggiacente al mito eliano era costituita dal fatto che i Carmelitani riconoscevano in Elia una figura ideale, da essi eletta a modello ispirativo da seguire, allorché abitavano come eremiti nei pressi della fonte che portava il suo nome. In quanto contemplativi, essi cercavano di rivivere la sua stessa esperienza spirituale del Dio vivente; votati alla castità, vedevano in lui il primo esempio, nell’Antico Testamento, del loro ideale di perpetua continenza per il Regno; come eremiti vedevano in lui un compagno della loro vita solitaria, che aveva lasciato tutto per cercare Dio solo.[72]

La forma che tale mito venne ad assumere fu quella di un’apparente rivendicazione, da parte dei nostri autori, di una continuità fra il profeta, vissuto nell’VIII secolo a. C. e l’Ordine, che esisteva in Europa dal XIII secolo. Molti ottimi professori e teologi dell’Ordine dedicarono energie enormi per trovare riscontri biblici e patristici che sostenessero l’esistenza di una catena ininterrotta, che risalisse direttamente a Elia. Molti personaggi biblici, come anche figure di eremiti della Palestina e di santi, venivano inglobati nella continuità storica dell’Ordine. Tale operazione non ha alcun valore storico, ma più che una leggenda, è da considerarsi un mito, ricco di una sua specifica verità, sia in termini di identità che di spiritualità.

3.2 Maria ed Elia - Maria e il Carmelo

All’interno di questo mito eliano - che possiamo anche definire come haggadà - venne gradualmente inserita anche la figura di Maria.

3.2.1 Gli autori più antichi

La cronaca De inceptione ordinis (ca. 1324) affermava che, dopo l’Incarnazione, i successori di Elia ed Eliseo costruirono una chiesa in onore della beata Maria vicino alla fonte di Elia; inoltre affermava che, dal tempo del patriarca Aimerico († 1196), essi erano conosciuti come i Frati eremiti della beata Maria del Monte Carmelo.[73]

Lo Speculum di Giovanni de Cheminot (ca. 1337) nei suoi quattro capitoli affermava che, come Elia ed Eliseo, i loro successori abbracciarono la castità in onore del Signore. Due brani dell’Antico testamento, che poi divennero tradizionali nell’Ordine, furono applicati a Maria: “Gli è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron” (Isaia 35, 2) e “Il tuo capo su di te come il Carmelo” (Ct 7, 5).

Si può scorgere una nota leggendaria nell’affermazione che Maria, insieme ad altre vergini, era solita visitare il luogo degli eremiti, sia per la loro santità che per la bellezza del luogo stesso: “Era giusto che la madre delle virtù onorasse il luogo e i figli di una tale santità e devozione grazie alla sua presenza”.[74]

Giovanni de Cheminot ricordava anche l’oratorio in onore della Vergine Maria costruito dopo l’Ascensione e richiamava il fatto che i Carmelitani, per distinguerli dagli altri, erano chiamati “I Frati dell’Ordine della beata Vergine Maria” - titolo più tardi solennemente riconosciuto dalla Santa Sede.[75]

3.2.2 Giovanni Baconthorpe

Allo stesso periodo appartiene il carmelitano inglese Giovanni Baconthorpe († circa nel 1348). Estremamente colto in filosofia, teologia e diritto canonico, portava l’appellativo medievale di “Doctor Resolutus”. I suoi scritti sono fondamentalmente polemici, in quanto egli cerca, attraverso di essi, di difendere l’Ordine dai suoi detrattori; ma sono scritti anche di carattere spirituale, in quanto si tratta di una riflessione sulle più profonde radici dell’Ordine. Ha scritto quattro opere interessanti dal punto di vista eliano-mariano:[76] lo Speculum de institutione ordinis pro venerationis Beatae Mariae, il primo trattato che riesce a dare una profonda unità alle tradizioni dell’Ordine riguardanti Elia e Maria; un Trattato sulla Regola dell’Ordine carmelitano, che tenta di dimostrare come la Regola corrisponda in molti aspetti alla vita di Maria; il Compendium historiarum et iurium, un’apologia storica e giuridica dell’Ordine; il Laus religionis carmelitanae, che è una difesa ed esaltazione dell’Ordine, specialmente per quanto riguarda il suo rapporto con Maria.

Nel Baconthorpe possiamo riscontrare da una parte idee già esistenti, ma ulteriormente sviluppate e dall’altra idee nuove che si propongono per la prima volta alla nostra conoscenza. Già i profeti, da lontano, vedevano Maria venerata sul Carmelo[77] ed è in particolar modo grazie a lei se il Carmelo è tanto onorato;[78] la sua bellezza naturale è una ragione grazie alla quale il Carmelo doveva essere donato a Maria, che è la più bella fra tutte le creature.[79]

Seguendo una leggenda apocrifa, il Baconthorpe racconta che Maria è stata portata da un angelo sul Monte Carmelo e fu su quella montagna che essa, rapita in contemplazione, divenne la sposa di Dio facendo voto di verginità.[80] In diversi passi egli ricorda la cappella costruita sul Monte Carmelo in onore della Vergine Maria dai successori del profeta, che, come lui, si dedicarono alla contemplazione e la scelta di un titolo mariano per tale cappella.[81] L’intero Libro I del suo Laus religionis carmelitanae è davvero un continuo tentativo di unire il Carmelo a Maria; attraverso etimologie talvolta complicate e anche non esatte, o attraverso allusioni bibliche, leggende e intuizioni spirituali a volte profonde, il Baconthorpe insiste nell’affermare che l’Ordine, essendo carmelitano, appartiene direttamente a Maria.[82]

Sembra che Baconthorpe sia stato il primo a identificare la nuvoletta vista da Elia (1 Re 18, 44) come un simbolo di Maria: dopo la siccità fu essa a ridonare fecondità alla terra.[83] Così si legge: “L’amore di Dio scese in Maria .... e attraverso Maria le piogge della misericordia e della grazia discesero su quanto era ormai disseccato, ridonando vita ad ogni cosa”.[84] Autori carmelitani successivi, seguendo il Riboti, avrebbero fatto della nuvoletta il principale simbolo mariano dell’Antico Testamento e da esso avrebbero poi tratto molte nuove implicazioni.

Se c’è un aspetto riconosciuto dalla Santa Sede è che giustamente i Carmelitani prendono il loro nome da Maria.[85] Eccettuato il concetto dell’esemplarità di Maria, che svilupperemo nel prossimo capitolo, il più valido contributo dato dal Baconthorpe è l’essere riuscito a unificare gli elementi mariani ed eliani della tradizione dell’Ordine e l’aver specificato le implicazioni, riguardo al patronato, della scelta fatta dall’Ordine di Maria quale sua titolare e della costruzione dell’oratorio in suo onore. Questi due aspetti, però, verranno esaminati più dettagliatamente nel prossimo capitolo.

3.3 Una prima sintesi eliano-mariana: Filippo Riboti

Si è ormai generalmente d’accordo che, se il provinciale della Catalogna Filippo Riboti († 1391) non è il vero autore di quattro opere spurie importanti, esse risalgono comunque al suo tempo.[86] Fra queste la più importante in assoluto è la Istituzione dei primi monaci, attribuita a Giovanni 44°, Patriarca di Gerusalemme (412 c. ca?); qualcuno suggerisce che il primo capitolo, quello sull’ideale ascetico e mistico dell’Ordine, possa essere un documento più antico, risalente forse alla fine del XIII secolo,[87] ma prima di prendere sul serio una tale ipotesi, occorre attendere la pubblicazione dell’edizione critica, alla quale sta lavorando Paul Chandler. In ogni caso, essendo l’opera interamente eliana e non facendo menzione alcuna di Maria, non occorre che ce ne occupiamo in questa sede. Per quanto riguarda l’insegnamento mariano presente negli altri libri, il Riboti si rifà ad autori a lui precedenti, ma possiamo affermare che egli abbia ampliato le loro idee, sviluppando una nuova sintesi.

È nel libro sesto che troviamo il più importante trattato mariano; lungo tutte le pagine che lo compongono, il Riboti è impegnato a trattare del titolo dell’Ordine “Fratelli della beata vergine Maria del Monte Carmelo” e arriva perfino ad asserire che il titolo “Carmelitani” sia legittimato.[88] Un’idea fondamentale, da lui sviluppata, è l’interpretazione spirituale, ma un po’ arbitraria, che egli dà della nuvoletta vista da Elia (cfr. 1 re 18, 44); la chiave del suo simbolismo mariano si trova nel fatto che Maria, quale nuvola di pioggia refrigerante, è sorta dal mare salato e amaro, immagine dell’umanità peccatrice. Il profeta avrebbe ricevuto, per illuminazione divina, quattro misteri riguardanti la redenzione futura del genere umano, che egli ha poi trasmesso ai suoi seguaci:
la nascita del futuro redentore da una madre vergine, che, dal suo concepimento, sarebbe stata libera da ogni macchia di peccato;
il tempo della realizzazione di ciò;
la decisione, presa dalla futura madre, di rimanere sempre vergine, consacrata al servizio del Signore;
la fecondità della sua verginità, adombrata nella pioggia, che avrebbe risollevato la condizione del genere umano.[89]

A imitazione di Elia, che fu il primo vergine dell’Antico Testamento, anche Maria farà voto di verginità, prima fra tutte le donne;[90] lo stesso voto faranno i seguaci di Elia. Questo creò una somiglianza e una profonda empatia fra questi ultimi e Maria, tanto che essi la chiamarono loro sorella e considerarono se stessi Fratelli della beata vergine Maria.[91] Il concetto di sorella, però, non elimina la parola “madre”, che è sempre delicatamente accennata:

Prima che Egli (il Verbo) si incarnasse, esisteva solo una fraternità di paternità, poiché il genere umano era stato creato da quello stesso Padre, che aveva generato anche il Figlio dall’eternità ... prima della sua Incarnazione non esisteva una fraternità di maternità, poiché il Figlio non era ancora nato da sua madre.[92]

Viene così sottinteso che, dopo l’Incarnazione, la maternità di Maria ha offerto una nuova base per la fraternità.

Anche il titolo di “Patrona”, ritenuto tradizionale fino a questo momento, è collegato al tema della verginità. I Carmelitani, infatti, si impegnavano a servire la Vergine con una speciale devozione:

Essi desideravano ardentemente di scegliere la vergine come loro patrona, poiché sapevano che lei sola era così singolarmente simile a loro nella primizia della verginità offerta spontaneamente. Infatti, come gli antichi seguaci di questa religione furono i primi a introdurre la verginità, liberamente scelta per Dio e a trasmetterla agli uomini, così la stessa verginità fu più tardi introdotta fra le donne dalla Madre di Dio.[93]

In tal modo possiamo vedere, nel Riboti, una sintesi, espressa appunto nella verginità, di quei concetti tradizionali che caratterizzano il rapporto fra Maria e l’Ordine - la Madre, la Patrona e la Sorella. In ultima analisi, ognuno di essi scaturisce dalla contemplazione che l’autore fa del significato spirituale della nuvoletta. Comunque il Riboti non aggiunge nulla di nuovo alla coscienza mariana dell’Ordine; piuttosto egli riesce a leggere, nell’immagine della nuvoletta, quale era l’atteggiamento dell’Ordine verso Maria, e lo fa ponendo come base il concetto di verginità e in una maniera molto più chiara che gli autori a lui precedenti. È vero che egli utilizza un’etimologia errata della parola “Carmelo”, dandole il significato di “scienza della circoncisione”, che lui poi interpreta come quella verginità per Dio, ricercata prima da Elia e dai suoi seguaci e poi da Maria.[94]

3.4 Sintesi eliano-mariana: Arnoldo Bostio

Alla fine del XV secolo, grazie all’umanista Arnoldo Bostio († 1499), abbiamo una sintesi più matura delle tradizioni dell’Ordine.[95] La sua prima opera su Maria è il Breviloquium,[96] poi ampliato nel grande trattato Speculum historiale[97], rimasto però inedito. La sua opera più conosciuta è il De Patronatu et patrocinio B. Virg. Mariae in dicatum sibi Carmeli Ordinem del 1497.[98] In questo testo, scritto in risposta alla domanda se Maria abbia o no favorito in modo particolare l’Ordine, il Bostio si rifà a molte delle tradizioni già esistenti, a spiegazioni un po’ accomodaticcie delle Scritture e anche a simboli e personaggi biblici visti in prospettiva mariana.

Il Bostio è un autore interessante per la storia della mariologia, perché rimane rappresentativo delle prese di posizione che comunemente assunte verso la fine del XV secolo. Così possiamo attingere dalle sue opere una chiara dottrina riguardo Maria in quanto Madre di Dio, Mediatrice, Immacolata Concezione, tutta santa, vergine, Assunta in cielo, regina, Madre spirituale e Madre di misericordia: verità tutte che l’Ordine carmelitano condivide con l’intera Chiesa.[99] Sebbene E. R. Carroll non sia disposto ad asserire che il Bostio fosse impegnato nella ricerca di un principio unificatore di mariologia, ammette, però, che il tema della divina maternità nel suo De Patronatu, pur non godendo del massimo interesse da parte dell’autore, rimane però di una certa importanza nel suo pensiero.[100] Anche N. Geagea è d’accordo.[101] Occorre restringere il nostro campo di interesse verso il Bostio e soffermarci a vedere in quale modo egli presenti la mariologia carmelitana al suo tempo e cioè quale sia la relazione che intercorre tra Maria e l’Ordine.

Nel Bostio emerge, comunque, un tema generale di mariologia, che merita di essere preso in considerazione per la preminenza di cui è venuto a godere verso la fine del XX secolo ed è precisamente il tema della bellezza di Maria.;[102] tema già presente nel Baconthorpe.[103] A volte, negli scritti del Bostio, esso appare esplicitamente: “Vergine di incomparabile bellezza, nella quale si uniscono tutti i doni di natura e di grazia; creatura piena di grazia al di sopra di tutti, amabile, leggiadra, serena e massimamente bella”.[104] Oppure come nelle seguenti parole: “Se non si conoscesse per fede la vera divinità, non si potrebbe credere che ci sia alcuno più sublime della Vergine”.[105] In altre occasioni, invece, il tema della bellezza emerge in contesti diversi, quali ad es. la pienezza di grazia: “Maria, la creatura più esaltata, è uno specchio della Trinità”.[106] È lei la più bella in assoluto: “di gran lunga la più eccelsa di tutte le creature ... e la gloria del Carmelo”;[107] “lei è l’onore e la gloria di tutte le donne”.[108] Il Bostio, quale umanista latino, che possiede un ricco vocabolario e una raffinata retorica, nel corso di tutta l’opera il de Patronatu, moltiplica le espressioni in lode della bellezza di Maria. In un capitolo successivo prenderemo in considerazione il concetto di bellezza nella mariologia contemporanea.

Trattando dei riferimenti mariani specificamente carmelitani, occorre in primo luogo analizzare il binomio formato dalle due figure di Elia e di Maria. In alcuni paragrafi molto densi il Bostio dimostra come Elia e Maria avessero in comune dodici prerogative, date a loro dallo Spirito che nutriva entrambi: una luminosità sfolgorante, lo splendore della verginità, l’essere iniziatori di una vita religiosa, l’esemplarità a vari livelli, il colloquio con Dio, la comunione con gli spiriti angelici, l’amore supremo e lo zelo per Dio, il carisma profetico, l’obbedienza, la clemenza e la misericordia, i miracoli e l’assunzione al cielo.[109]

Il Bostio però apporta alcuni lievi cambiamenti all’orientamento della tradizione eliano-mariana. Al pari di alcuni suoi predecessori, anche lui sostiene che Elia sia all’origine della vita religiosa, ma l’enfasi che egli pone sul profeta è più sul suo aspetto di contemplativo. Nei confronti del Carmelo, però, Elia è padre, istitutore, patriarca, legislatore, maestro, patrono principale e fondatore.[110] Nonostante ciò è a Maria che il Bostio assegna la priorità e il primato nei confronti del Carmelo. La scelta di verginità fatta da Elia è stata ispirata dalla figura della Vergine Madre, che egli aveva contemplato in anticipo nella nuvoletta che saliva dal mare verso il Carmelo; suo desiderio era di onorarla e insegnò ai suoi seguaci di fare altrettanto.[111]

Di conseguenza, per il Bostio, Maria, grazie alla sua esemplarità, diviene come la “legislatrice” per Elia e i figli dei profeti. “Perciò Maria è la legislatrice di Elia e giustamente viene detta legislatrice e fondatrice di tutto il gruppo del Carmelo”.[112]

Maria è signora (domina) e fondatrice in forza della sua esemplarità.[113] Nell’opera del Bostio, seguito in questo anche dal Lezana († 1659) e da altri,[114] troviamo Elia e Maria come coppia fondatrice dell’Ordine.[115]

3.5 Sintesi mariana - Bostio

Nella sua sintesi eliano-mariana il Bostio aveva preso in considerazione il rapporto tra le due figure fondazionali dell’Ordine ed era giunto a stabilire la priorità di Maria nei riguardi dei Carmelitani; infatti il suo esempio e il suo destino futuro avevano ispirato il profeta a fondare l’Ordine. Per questo motivo ben a ragione Maria poteva essere considerata la vera fondatrice. Resta ora da vedere quali sono gli altri legami che il Bostio mette in luce tra Maria e l’Ordine. Egli si serve di titoli significativi; alcuni mutuati dalla tradizione, altri, invece, sviluppati da lui stesso: la patrona, la maestra, la guida, l’amica, la sorella, la madre e la carmelitana.[116]

L’autore chiama continuamente Maria patrona del Carmelo: “essa è in modo speciale patrona del Carmelo e dei Carmelitani ed è in verità giustamente chiamata con questo nome”; “Maria è la celebre Madre di Dio ed è l’ammirabilissima patrona del Carmelo”.[117] Maria è anche signora e maestra del Carmelo: “I Carmelitani di quel tempo santo erano riconosciuti come provenienti da una fonte viva, dalla più perfetta maestra di vita religiosa, dallo specchio splendente di ogni modestia, virtù e nobiltà”.[118]

Così egli sintetizza l’insegnamento di Maria: “In una sola parola, quale insegnate espertissima, Maria condensò tutti i comandi del Signore, allorché disse ai servi: Fate tutto quello che egli vi dirà (cfr. Gv 2, 5)”.[119]

Il suo insegnamento, però, non è astratto, perché lei è la guida del Carmelo. È unita ad Elia nel prendersi cura dell’Ordine ed è la protettrice del Carmelo.[120] Di Elia si pensa che non sia morto, né sia entrato in paradiso, ma Maria viene a prendere il posto lasciato vuoto da lui. Il Bostio racconta una visione nella quale Maria dice: “Finché il mondo dura, avrà sempre un protettore. Io sono il carro e il condottiero del Carmelo, al posto del padre suo. Sono io a guidare gli orfani di quel padre, ma come madre. Io custodisco gli interessi del Carmelo nel mio cuore; io, la Madre, nutro con abbondanza i figli generati dal Carmelo”.[121]

Con frequenza il Bostio afferma che Maria è anche l’amica del Carmelo; perciò “Sono beati i figli del Carmelo, che hanno visto la beatissima Madre di Dio nella carne, lei che è la mistica fonte di ogni gioia; ma ancor più sono decorati di gloria tutti coloro che hanno meritato la sua amicizia, unita a quella di Cristo”.[122]

Il Bostio va molto al di là della relazione feudale insita nel concetto di patrona, quando enfatizza la nozione di Carmelo come famiglia: “I figli del Carmelo sono in modo speciale membri della famiglia di Maria”.[123] In questa famiglia Maria è sia madre che sorella e perciò i Carmelitani sono, per Lei, sia figli che fratelli.

“Davvero Maria, la degnissima Regina del cielo, trova singolare compiacimento nel suo popolo, la famiglia del Carmelo, in coloro che, per titolo e patronato, sono suoi servi. Come potrebbe, lei, non ascoltare sempre i suoi figli e fratelli, i Carmelitani, dedicati in modo particolare alla sua difesa, loro che sono i suoi protettori, scelti e amati in modo particolare per espandere la sua fiorente vite?”[124]

Il titolo di Madre non ha bisogno di essere in alcun modo spiegato dal Bostio, poiché si trova ovunque. Alcuni ritengono che, per l’autore, esso sia l’attributo chiave di Maria nei riguardi del Carmelo.[125] Ad esempio così egli afferma: “La Regina del cielo, la vergine Maria, esaltata al di sopra di tutti, è la Madre universale di tutti i cristiani, è il porto e il rifugio comune di tutti gli uomini e le donne, ma essa è in modo speciale Madre e patrona dei fratelli carmelitani”.[126]

Il Bostio, però, sviluppa in modo più chiaro di altri autori, l’idea che i Carmelitani sono figli sia di Elia che di Maria, uniti fra loro come in mistiche nozze. Già abbiamo visto il fondamento di tale idea e cioè il voto di verginità, che Elia fece, allorché la futura vergine gli venne svelata nella nuvoletta. “I Carmelitani, quindi, sono figli e fratelli del loro padre Elia e della loro madre Maria, che insieme sono i loro carissimi genitori”. [127]

Due secoli più tardi questa tradizione venne sintetizzata da Daniele della Vergine Maria nella dedica da lui fatta nello Speculum, raccolta di scritti carmelitani primitivi. “Elia era mariano; egli bruciava d’amore per Maria; Elia fece un voto in conformità all’esempio di Maria, che egli contemplò in anticipo. Elia è il padre dei Carmelitani, ma prima di tutto Maria è la loro madre”.[128]

Infine il Bostio afferma che Maria può veramente essere considerata carmelitana: “Essa dimostrò di essere spiritualmente, corporalmente e letteralmente una carmelitana”.[129]

Nel Bostio possiamo trovare una sintesi e una elaborazione delle riflessioni precedenti su Maria. Autori successivi non avrebbero aggiunto molto alle sue tesi fondamentali. Prima di lasciarci alle spalle questo periodo medievale di massimo sviluppo, rimangono ancora due temi che, sebbene già presenti in alcuni autori, sarebbero stati ulteriormente sviluppati in scritti successivi: si tratta dei temi della vergine purissima e dello Scapolare.

3.6 La vergine purissima

Nei documenti antichi la purità di Maria emerge in vari contesti ed è, in ultima analisi, implicita nel forte attaccamento, da parte di molti teologi dell’Ordine, all’Immacolata Concezione. Inoltre soggiace al graduale inserimento dell’espressione “vergine” nel titolo dell’Ordine. Tale concetto emerge già in Giovanni de Cheminot († circa nel 1350). Più sopra abbiamo notato come nel suo Speculum egli consideri la verginità un legame comune tra Maria ed Elia. Egli esorta i Carmelitani a rallegrarsi per il fatto che portano il nome di Maria nel loro titolo, “il fiore della bellezza e il titolo della verginità”.[130]

Nella Istituzione dei primi monaci abbiamo visto l’accostamento della verginità di Elia a quella di Maria. Questa verginità, però, è solo un aspetto della totale assenza di peccato in Maria e della sua assoluta santità, rimaste in lei sebbene essa fosse emersa dall’umanità peccatrice: “Come un bambino essa era in origine pura da ogni macchia di peccato, proprio come la nuvoletta, salita dal mare amaro, ma senza portare in sé alcuna amarezza. Sebbene quella nuvola fosse in origine della stessa natura del mare, possedeva altre qualità e proprietà. Il mare è pesante e amaro, ma quella nuvola è leggera e dolce. In tutte le creature la natura umana è come il mare nella sua origine e si sentono schiacciate dall’amarezza del peccato e dal peso del vizio e quindi sono costrette a dire: “Le mie iniquità hanno superato il mio capo; come carico pesante mi hanno oppresso” (Sal 38, 4). Invece la beata vergine Maria è salita in altro modo da questo mare che è la natura umana; fin dalla sua origine, infatti, lei non fu appesantita dall’amarezza delle colpe, ma come la nuvoletta, era leggera grazie all’immunità dal peccato ed era dolce per la pienezza dei doni di grazia”.[131]

L’insegnamento del Bostio è chiaro: “Maria mostra una grande purezza e tale da non potersene immaginare una più grande, dopo Dio”.[132] O ancora: “I Carmelitani, figli di Elia e di Maria, vengono ammoniti e istruiti affinché imitino Elia con fervore e con totale purezza, al di dentro e al di fuori e Maria, così pura e così luminosa come nessun altro dopo Dio”.[133]

Occorrerà, però, attendere il secolo seguente prima che possa affermarsi un’idea pienamente sviluppata di purità e purezza.[134]

3.7 Lo Scapolare

Come accennato nell’Introduzione, la questione dello Scapolare crea difficoltà particolari per il nostro tempo, sebbene per molti fedeli la devozione a Nostra Signora del Monte Carmelo coincida con lo Scapolare stesso. Occorre esaminare con attenzione tale evidenza in tutta la sua problematicità.

Non si trova alcun accenno allo Scapolare né nella Regola, né nella Freccia di fuoco di Nicola il Francese; la prima volta che viene nominato è nelle Costituzioni del 1281, dove troviamo questa norma: “I fratelli devono dormire con la loro veste e con lo Scapolare, sotto pena di severe punizioni”.[135] La ragione di un’ingiunzione così dura sta nel fatto che, a quel tempo, il togliersi l’abito di dosso era visto come un’uscita dall’Ordine. Infatti anche l’Istituzione dei primi monaci afferma: “Il monaco deve indossare l’intero suo abito e cioè la tonaca col cappuccio e lo scapolare, a significare che egli deve sempre portare su di sé con umiltà il giogo dell’obbedienza ed essere sempre totalmente sottomesso al suo superiore”.[136]

Nella stessa opera troviamo il comando che “l’abito deve essere portato con assoluta diligenza giorno e notte, senza alcuna trascuratezza”.[137] Le Costituzioni di Montpellier prescrivevano che la nuova cappa bianca doveva essere aperta sul davanti, in modo che lo Scapolare, l’abito dell’Ordine, potesse essere visibile; tale norma venne ripresa anche in testi legislativi successivi.[138] Si vede come lo Scapolare, per circa 150 anni, ebbe un significato più cristologico, nel senso di obbedienza, che mariano.

Oltre a questo rimane il problema della figura di san Simone Stock. Il suo nome appare per la prima volta

in una lista di priori generali, ma solo in quella composta da Giovanni Grossi (1411 circa) e nel necrologio di Firenze, che può risalire al 1374.[139] In liste di santi, o Santorali, successive egli compare come quinto o sesto priore generale; tali liste possono essere datate verso la fine del XIV secolo, ma, come anche i necrologi, provengono da fonti molto più antiche. La festa di san Simone Stock veniva celebrata a Bordeaux, dove morì e in Inghilterra, dal 1435; fu poi estesa a tutto l’Ordine nel 1564.

Il racconto più antico di una visione dello Scapolare si trova nel Sanctorale di Bruxelles, che può essere datato circa verso la fine del XIV secolo, quindi un secolo e mezzo dopo san Simone Stock; è molto probabile che questo Sanctorale dipenda da documenti ancora più antichi, che però non sono stati rinvenuti. Questo il racconto più antico della visione: “San Simone, inglese, uomo di gran santità e devozione, nelle sue preghiere supplicava continuamente la Vergine di favorire il suo Ordine con qualche singolare privilegio. La Vergine gli apparve tenendo in mano lo Scapolare dicendo: Questo è il privilegio per te e per i tuoi; chi morirà portandolo, sarà salvo”.[140]

Non è possibile stabilire la storicità di tale visione anche usando i metodi critici. L’assenza di qualsiasi riferimento alla visione nell’ampia e polemica produzione letteraria del secolo scorso è forse l’unico argomento contro l’autenticità, anche se ha il suo peso. Ma d’altro canto, non c’è alcuna evidenza che possa dimostrare la falsità della visione, per quanto occorra porre la dovuta attenzione al silenzio di cui abbiamo parlato.

Dal punto di vista scientifico, spetta a coloro che sostengono la veridicità della visione il portare le prove; dalla prospettiva pastorale, invece, è forse meglio non soffermarsi sui particolari della visione, quanto piuttosto sul significato dello Scapolare come espressione della cura materna di Maria e della consacrazione a Lei, sulla linea di Pio XII, il cui insegnamento esamineremo in un capitolo successivo. Il titolo mariano che meglio si accorda col tema dello Scapolare è quello di Patrona, che prenderemo in considerazione, insieme ad altri, nel prossimo capitolo.

3.8 Lectio divina

Gli scritti dei nostri autori medievali appartengono a un tempo e