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Isidore Bakanja |
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Indice Introduzione Bibliografia: «Un tale aveva una grande vigna e una mattina, molto presto, uscì in piazza per prendere a giornata uomini da mandare a lavorare nella sua vigna. Fissò con loro la paga normale: una moneta d’argento al giorno e li mandò al lavoro. Verso le nove del mattino tornò in piazza e vide che c’erano altri uomini disoccupati. Gli disse: “Andate anche voi nella mia vigna; vi pagherò quel che è giusto”. E quelli andarono. Anche verso mezzogiorno e poi verso le tre del pomeriggio fece la stessa cosa. Verso le cinque di sera uscì un’altra volta e trovò altri uomini. Disse: “Perché state tutto il giorno qui senza far niente?” E quelli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Allora disse: “Andate anche voi nella mia vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama gli uomini e da’ loro la paga, cominciando da quelli che son venuti per ultimi”. Il fattore chiamò dunque quelli che eran venuti alle cinque di sera e diede una moneta d’argento a ciascuno. Gli uomini che avevano cominciato per primi credevano di prendere di più. Invece, anch’essi ricevettero una moneta d’argento ciascuno. Allora cominciarono a brontolare contro il padrone. Dicevano: “Questi son venuti per ultimi, hanno lavorato soltanto un’ora, e tu li hai pagati come noi che abbiamo faticato tutto il giorno sotto il sole”. Rispondendo a uno di loro, il padrone disse: “Amico, io non ti ho imbrogliato: l’accordo era che ti avrei pagato una moneta d’argento, o no? Allora prendi la tua paga e sta zitto. Io voglio dare a questo, che è venuto per ultimo, quel che ho dato a te. Non posso fare quel che voglio con i miei soldi? O forse sei invidioso perché io sono generoso?” Poi Gesù disse: “Così, quelli che sono gli ultimi saranno i primi, e quelli che sono i primi saranno gli ultimi”».[1] Ogni volta che penso ad Isidore Bakanja, mi ritorna in mente questa parabola di Gesù. In fin dei conti Isidore è un novellino, uno dell’ultima ora, rispetto a noi europei, cristiani della prima ora. Ed è proprio lui, con la sua energia di ultimo arrivato che ci è di esempio, di sprone per aprire gli occhi e vedere la generosità di Dio, per poter abbeverarci del Suo amore. Sentir parlare di santi, a volte, può provocare atteggiamento di scetticismo o di sottile derisione. Oppure può suscitare sentimenti di ammirazione e di (sana) invidia. In fin dei conti la santità non è altro che il massimo sviluppo della grazia battesimale. Pertanto è la comunione con Gesù nello stesso atto della sua morte e risurrezione. «Nell’anniversario dei santi… la Chiesa proclama il mistero pasquale realizzato nei santi che hanno sofferto con Cristo e con lui sono glorificati», ci dice il Concilio Vaticano II.[2] Se si potesse istituire una gerarchia fra i santi, al primo posto si potrebbero collocare i martiri, dal momento che essi hanno offerto la testimonianza suprema della fede, realizzando pienamente quando dice Paolo: «Sono stato crocifisso con Cristo».[3] Nelle pagine che seguono si presenta la figura di
questo giovane martire africano, ucciso perché fedele alle promesse del
battesimo. Dopo un glossario dei nomi e dei luoghi che forse , di primo
acchito, possono sembrarci difficili da ritenere a mente, c’è una presentazione
della situazione storico-politica in cui visse Bakanja. Si procede poi a
presentarne la vita per concludere con il suo messaggio per noi oggi. Alcuni
cenni bibliografici sono posti al termine del testo.[4]
«Ecco l’opera del Signore, una meraviglia ai nostri occhi»,[5] dice il salmista. Credo che di fronte alla freschezza della fede di questo giovane congolese non si possa dire null’altro, se non contemplare la bontà del Signore. È questo il sentimento che mi ha spinto a scrivere la biografia di questo ragazzo che, in una società multietnica e multiculturale qual è quella dei nostri giorni, ha senza dubbio molto da dire a proposito del valore dell’accoglienza e dell’uguaglianza di tutti. Per facilitare la lettura e la comprensione degli avvenimenti, diamo di seguito un elenco dei nomi dei luoghi più importanti per la vicenda umana di Bakanja e dei personaggi principali della vita del beato. Bakanja
Isidore: il
martire. Il suo nome si trova scritto in diversi modi: Bakanda, Bokanda,
Bakando, Makanda,… -------------------- 1. Il Congo: tra “mito” e realtà “Congo! Terra favolosa di nani e di cannibali, di foreste vergini e di ricche miniere, di avorio, di caucciù: ma soprattutto terra che il “gran fiume” bagna. Chi non ricorda l’odissea di Stanley, le difficoltà del suo lunghissimo cammino attraverso l’impenetrabile groviglio verde, le sue peripezie durante la movimentata navigazione? Per più di tre secoli dopo la scoperta della foce del Congo, gli esploratori si erano arrestati davanti allo sbarramento delle cateratte: a Stanley era riservata la gloria di alzare il velo del mistero che avvolgeva il cuore del’Africa al di là dei monti di Cristallo. Bula-Matari, cioè “Colui che fa saltare le pietre”, chiamarono gl’indigeni l’Uomo bianco che con la dinamite aveva aperto una strada alle sue piroghe attraverso le rapide del Congo. Egli era apparso a quei popoli selvaggi come un essere soprannaturale, un profeta annunciante il principio di un’era nuova, e ancor oggi il prestigio del suo nome è grande laggiù. Bula-Matari era venuto, secondo i Congolesi, dal Cielo. Subito dopo la sua partenza arrivarono altri Bianchi; i Congolesi non dubitarono un solo istante che ciò non avvenisse per suo volere, e lasciarono che i nuovi venuti raccogliessero l’olio di palma e il caucciù, che cacciassero gli elefanti, che abbattessero gli alberi della foresta. Tutto per amore di Bula-Matari. Oggi di negri che abbiano conosciuto Stanley probabilmente non ne esistono più, ma Bula-Matari è sempre vivo per gli indigeni congolesi, che lo hanno spogliato della sua essenza umana, per fare di lui il simbolo dell’autorità. D’altronde era logico che così fosse: la natura è sempre compensatrice, e se aveva creato la difficilmente superabile barriera delle cateratte, aveva riserbato a chi avesse saputo infrangere l’ostacolo un gran premio nel facile dominio dell’Africa Centrale. Questo intuì Stanley e seppe far comprendere al geniale Re dei Belgi, mentre rimanevano scettici uomini che erano ritenuti i più illuminati d’Europa. “Costruiremo la ferrovia delle cateratte – aveva detto il grande esploratore a Leopoldo II – e avremo l’incalcolabile ricchezza della terra equatoriale”. E il Belgio ebbe dal suo Re in dono un impero coloniale grande quasi 77 volte la madrepatria”.[6] In questi termini – dal gusto epico e attraversati da un sottile determinismo geografico – era descritto il Congo alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso. Descritto così, il dominio dei Belgi non può sembrare altro che positivo, perché ha contribuito all’evoluzione di un popolo. Peccato che l’evoluzione sia avvenuta in un modo troppo europeo e non abbia tenuto conto delle reali necessità delle popolazioni congolesi… L’enorme anfiteatro, piatto al centro e rialzato ad ampie gradinate verso i bordi periferici, che si trova a cavallo dell’equatore, è il Congo. È un territorio nel quale l’elemento acqua è molto presente ed è da un fiume, lo Zaïre appunto, che l’intero stato prendeva il nome. Il nome Zaïre, poi, deriva dalla distorsione di un vocabolo indigeno che significa proprio fiume.[7] L’estuario di questo fiume fu scoperto negli anni 1482-83 da una spedizione navale del Portogallo capitanata da Diogo Cão.[8] Ma fu soltanto dopo circa quattro secoli che il corso del fiume venne risalito dall’inglese Henry Morton Stanley,[9] che si inoltrò nel paese ad esplorare le regioni che formano l’ampio bacino del fiume Zaïre. Il territorio esplorato da Stanley era sede di regni autoctoni come quelli del Congo, di Kuba, Luba, Lunda. Le sue perlustrazioni stuzzicarono il re dei belgi Leopoldo II che, nel 1879, incaricò lo stesso Stanley di compiere un’altra spedizione, accompagnato da alcuni belgi. Fu così che nel 1880 l’Associazione Internazionale per il Congo, voluta dallo stesso re, prese sotto di sé il territorio in questione.[10] Il 23 febbraio 1885, la Conferenza Internazione di Berlino riconobbe giuridicamente tale associazione come autorità indipendente e sovrana. Il re dei belgi Leopoldo II divenne, a titolo personale, sovrano del nuovo stato indipendente del Congo. In questi possedimenti furono costruite alcune infrastrutture di base e vennero così create le prime piantagioni, sfruttando al massimo la manodopera locale. Si iniziarono ad utilizzare anche i giacimenti minerari. Il re si preoccupò anche per l’evangelizzazione del Congo: fu per questo che cercò dei missionari per quelle terre. Nel 1888 la Congregazione dei Missionari di Scheut s’incaricò del Vicariato Apostolico del Congo.[11] Nel 1876 Leopoldo II, che era favorevole alle missioni cattoliche ma esigeva che i missionari fossero belgi, invitò anche i Trappisti di Westmalle a recarsi in Congo. Nel 1893, dietro esplicito invito del papa Leone XIII, essi accettarono. Fu così che l’anno seguente Joseph Peeters, nuovo abate, con un sacerdote e tre fratelli s’imbarcò per il Congo.[12] I primi trappisti arrivarono a Bamanya, ad una decina di chilometri da Mbandaka. Gli inizi furono difficili. Diversi missionari morirono sia durante il viaggio, sia dopo il loro arrivo. In ogni caso la missione si impiantò. Fu soprattutto per le cure assidue ai malati del sonno e per l’educazione ai fanciulli loro affidati che si guadagnarono la stima della popolazione locale. Nel 1898 battezzarono i primi venticinque cristiani della regione[13]. Nel 1899 si fondò la missione di Mpaku (Bokuma) e nel 1902 quella di Bolokwa Nsimba (Mbandaka). A partire da questa data la missione conobbe il suo pieno sviluppo. I missionari cominciarono ad intraprendere lunghi viaggi apostolici lungo i fiumi Momboyo, Busira e Ikelemba. Nei villaggi venivano istituiti dei catechisti, affinché portassero avanti l’insegnamento religioso. A questa fioritura nel campo religioso non ne corrispondeva una in campo economico: Leopoldo II si accorse che le risorse finanziarie del nuovo Stato erano alquanto insufficienti. Fu così che nel 1891 instaurò un regime di auto finanziamento. Lo sfruttamento di tutte le risorse naturali, specialmente quelle del caucciù e dell’avorio, fu affidato ad agenti dello Stato o a delle compagnie private con l’obbligo di cedere il 50% dei profitti allo Stato. Questa decisione, che violentava il libero commercio, irritò tutte le società private. Inoltre, tale sistema non rispettava più la legislazione sociale del 1888, che aveva fissato le regole del lavoro degli autoctoni, e portò allo sfruttamento in maniera inverosimile. Un’ondata di proteste internazionale si mosse contro tale situazione di ingiustizia, ma solo nel 1906 si presero le prime misure per frenare gli abusi commessi un po’ dappertutto nel Paese. Quando il 18 ottobre 1908 Leopoldo II riuscì a realizzare l’annessione del Congo al Belgio, uno dei primi atti fu quello di cercare di arrestare lo sfruttamento abusivo dei neri. Si pubblicarono allora decreti per ristabilire il ibero commercio e condannare gli eccessi degli agenti delle compagnie concessionarie. La Società Anonima Belga (SAB) per il commercio dell’Alto Congo era una di queste compagnie. Aveva ottenuto in concessione terre libere, nella regione di Busira, come pure in tutta la regione compresa tra i fiumi Lomela e Salonga, chiamata Bush-Bloc. Questa Società possedeva pure delle fattorie nella zona vicina a Mbandaka (Coquilhatville, capoluogo della Provincia dell’Equatore). Come le altre compagnie, la SAB lavorava ed esportava il caucciù e l’avorio. Alcuni dei suoi agenti si lasciarono andare a brutalità quasi indescrivibili per appropriarsi dei prodotti ed aumentare la produzione con più utili possibili e a poche spese. Nei viaggi verso l’interno i missionari entrarono in contatto con gli agenti delle compagnie belghe. Essi poterono constatare subito il cattivo comportamento e i frequenti abusi di potere di alcuni e non esitarono e denunciarli anche violentemente. Ciò provocò odio e disprezzo verso i missionari e spiega, senza tuttavia giustificarla, la rabbia di questi agenti contro tutto ciò che sapeva di missionario, localmente detto con la parola monpère.[14] È in questo contesto che si colloca la vita e la testimonianza di Isidore Bakanja.[15] 2.
Isidore Bakanja, Tra gli anni 1880-1890 a Bokendela, nella tribù dei Boangi, nacque Bakanja. Suo padre Iywonza e sua madre Inyuka non erano cristiani, ma seguaci delle religioni indigene. Dell’infanzia di Bakanja non sappiamo alcunché. Ai primi del ‘900 Bakanja si stabilì nella città di Coquilhatville per cercare un lavoro, al pari di altri suoi compagni. Trovò impiego come muratore presso una ditta statale belga. Insieme al lavoro trovò anche la fede cattolica, aiutato dai padri Gregorio Van Duen e Roberto Brepoels, missionari trappisti. Attratto da questo nuovo credo si iscrisse al catecumenato e il 6 maggio 1906 ricevette il battesimo, nella parrocchia di S. Eugenio a Bolokwa Nsimba, assumendo il nome di Isidore. Suo padrino fu Boniface Bakutu, uno dei primi cristiani del Congo. Il 25 novembre dello stesso anno gli venne amministrato il sacramento della confermazione e l’8 agosto dell’anno seguente fece la prima comunione. I padri trappisti che avevano curato la formazione di Isidore davano molta importanza allo spirito di testimonianza e di fedeltà. Un breve brano – preso da un testo di allora – pone ben in evidenza quale fosse il significato della testimonianza che veniva impresso nell’animo dei catecumeni: “Ma come sai quando qualcuno è cristiano? Se porta al collo uno scapolare di Maria e una corona. Così quell’uomo è cristiano ed è necessario che testimoni la sua fede agli altri. Amici miei, è bene che lo scapolare e la corona sia sempre con noi. Dio è nostro Padre. Maria è nostra madre e spesso ha dimostrato che protegge i suoi figli”.[16] È per questo che al battesimo Isidore ricevette lo Scapolare della Madonna del Carmine.[17] Egli non abbandonerà più questo segno che divenne per lui distintivo della sua nuova esistenza di figlio di Dio. Per Isidore lo scapolare non era affatto un talismano protettivo, dal momento che proprio questo segno esterno avrebbe fatto convergere su di lui di lì a poco solo il disprezzo e l’odio che l’avrebbero portato al martirio.[18] Ma che cos’è lo scapolare? “Lo scapolare, o ‘abitino’, è composto da due pezzi di stoffa marrone legati da cordicelle o nastri che poggiano sulle spalle (scapolare, da cui il nome). Nato come parte dell’abbigliamento dei contadini e poi dei religiosi, era in pratica un grembiule usato per non sporcare l’abito. Ben presto, per i carmelitani, diventò il simbolo della protezione materna di Maria, quasi la sintesi di tutti i benefici da lei ottenuti. Perciò essi iniziarono a considerare lo scapolare come la parte essenziale dell’abito, l’abito stesso: e l’abito era segno della vita che si conduceva, espressione esterna di ciò che si è […]. L’abitino è segno esterno di consacrazione a Maria ed esprime la nostra volontà di camminare con lei, accompagnati e sorretti dalla sua mano materna, verso la pienezza di comunione, verso la ‘vetta del monte, che è il Signore Gesù’. Ma è anche il segno della protezione e della difesa che Maria opera nella vita del cristiano. Inoltre proprio perché è un sacramentale, lo scapolare ci ricorda e ci aiuta a crescere nel rapporto con Maria madre di Gesù e della Chiesa […]. Chi indossa l’abitino deve impegnarsi a vivere la virtù della castità, per sviluppare in sintonia con lo Spirito tutta la carica di amore, autenticamente umano, di cui ogni persona è capace. Altro che devozionalissimo!”[19] Alla scuola dei trappisti Isidore aveva fatto sua la spiritualità cistercense che, essenzialmente, consiste nello spirito di testimonianza, nella fedeltà alla preghiera, alla fede, al lavoro e alla disponibilità, intesa come carità verso tutti, per attrarli e convertirli al Cristo.[20] Ed è per questo che quotidianamente chiedeva alla Santa Vergine di corrispondere fedelmente alla sua vocazione di cristiano.[21] Terminato il suo contratto di lavoro, Isidore tornò al suo villaggio. Ma qui tutto era diverso: egli solo era cristiano. Cominciò a risultare difficile la convivenza con gli altri membri del villaggio e non si poteva sperare di fare progetti per il futuro… Pertanto decise di recarsi nell’Alto Congo, a Busira, presso suo cugino Camillo Boya. Questi lavorava per la SAB e riuscì a far assumere Isidore come domestico di uno dei dirigenti, un certo Reynders. Bakanja aveva da poco iniziato il suo servizio di domestico quando il padrone venne trasferito a Ikili, come responsabile di una piantagione.[22] Anche Isidore si trasferì a Ikili con il suo padrone, nonostante gli avvertimenti di un amico che gli aveva detto che lì avrebbe potuto trovare difficoltà tra i bianchi perché non volevano bene ai cristiani.[23] Nella nuova città Bakanja continuò a lavorare presso il suo padrone, impegnandosi per servirlo con rispetto. Nel tempo libero egli svolgeva il ministero del catechista e insegnava, a quanti lo desideravano, a pregare il Dio dei cristiani. Tutto questo, però, risultava scomodo per i bianchi, convinti com’erano che la religione cattolica facesse perdere agli europei tutta la loro supremazia di fronte al personale di colore dell’azienda e contribuisse a rendere quelle popolazioni più istruite e, pertanto, meno sfruttabili. Ed è per questo che un giorno il padrone parlò con Isidore dicendogli che se voleva poteva pure continuare a pregare ma a una condizione: che nessuno lo vedesse. Non fu dello stesso parere, però, André Van Cauter,[24] direttore della piantagione. Egli non tollerava assolutamente i cristiani e, pertanto, faceva oggetto di sarcasmo e di continue vessazioni il cristiano Bakanja. Un giorno nell’aranceto ebbe a dirgli: “Stai qui per lavorare, non per biascicare preghiere. Detesto gli uomini che se la intendono con i missionari. Non sono più uomini, sono bestie!”[25] Stanco del trattamento dei suoi padroni, un giorno Isidore si recò da Van Cauter e gli chiese la lettera di licenziamento: “Sono venuto qui da voi per lavorare e non mi volete bene; eppure non ho rubato niente, non ho trascurato il mio lavoro. Sarebbe meglio che mi facesse una lettera di congedo perché io possa tornare in pace al mio villaggio”. Al che Van Cauter, sprezzante, gli rispose: “Non ti darò la lettera. Sei amico del buon Dio: va dunque a prendere da lui la tua lettera… io non te la darò!”[26] Da allora, vista la risolutezza con cui era andato a chiedere il licenziamento, Van Cauter iniziò a considerare Bakanja come un pericolo, dal momento che avrebbe potuto denunciare alle autorità i soprusi e i maltrattamenti. Pertanto maturò l’idea di eliminarlo alla prima occasione propizia che si fosse presentata. Un giorno Isidore e il suo amico Iyongo accompagnarono i loro padroni a Bonjoli, dove Van Cauter aveva offerto il suo aiuto al capo civile di Ikili per vendicare la morte di Loanga, una delle sue donne[27] A sera, durante il servizio a tavola, Van Cauter vide lo scapolare che indossava Bakanja e gli intimò di toglierselo: “Togliti quella cosa dal collo: è un affare schifoso. Non voglio più vedere quella cosa di monpère!” Bakanja, però, non tolse lo scapolare: mai e poi mai avrebbe rinnegato il suo battesimo. Dopo alcuni giorni Van Cauter notò che Isidore non aveva tolto il suo scapolare e, per questo, lo fece fustigare con venticinque frustate. Bakanja sopportò con umiltà quelle sferzate pur di non togliersi di dosso il segno del suo essere cristiano. In seguito a questa flagellazione, nella piantagione si divulgò la notizia che Bakanja era stato fatto fustigare perché la sera avrebbe rovesciato del vino sulla tovaglia. Ma Iyongo, suo compagno, negò questa versione: “Di questo vino versato non ne so proprio nulla! Conosco bene le azioni di Bakanja perché lavoravamo insieme nella cucina”. Da parte sua Van Cauter nel processo affermò di aver inflitto a Bakanja una sola volta diciassette colpi di chicote perché era colpevole di due furti: uno a suo scapito e l’altro a un suo amico bianco. Tuttavia è bene notare che i testimoni di questa prima flagellazione affermano che Van Cauter non disse mai il perché di questa punizione. Anzi alcuni asseriscono che Isidore non sarebbe stato flagellato se non fosse stato cristiano.[28] Passarono alcuni giorni. Il pomeriggio del 2 febbraio Van Cauter e Reynders, insieme ad un ospite, stavano scambiando quattro chiacchiere sulla veranda. Da questa Van Cauter vide Isidore che si recava verso la palude, come era solito, per fare il bucato. Il bianco chiamò la guardia, Iseboya, e gli ordinò di uccidere con il fucile Bakanja. Iseboya partì. Trovato Bakanja lo fermò e, invece di sparargli, lo mise al corrente delle intenzioni del belga consigliandogli, anche, di andare direttamente a parlare con lui. Isidore non comprese il motivo di questo tentativo di uccisione e pensieroso si diresse verso casa. Lì giunto domandò spiegazioni e si sentì rispondere: “Chiudi il becco, bestia di monpère. Sono stufo delle tue pratiche. Se continui così, tutti i miei uomini ascolteranno le tue menzogne e vorranno il battesimo. Allora nessuno vorrà più lavorare. Ciò che insegni loro sono solo menzogne, come tutte queste preghiere che vai a prendere dai monpères. Sdraiati e fatti frustare!” Isidore cercò di difendersi: “Bianco, che male ho fatto? Non ti ho rubato nulla, non ho toccato le tue donne. Faccio del mio meglio nel lavoro: perché vuoi picchiarmi?” La risposta del padrone non si fece attendere: “Chiudi il becco! Ti faccio frustare perché tu la smetta di insegnare le preghiere e tutte le sciocchezze dei preti!” E così ordinò a Iseboya di frustarlo. Questi si rifiutò adducendo come scusa il fatto che gli facesse male il braccio. Il bianco non si arrese e mandò a chiamare il capo-uomini Bongele. Appena questi arrivò Van Cauter gli consegnò una frusta di pelle di elefante che aveva dei chiodi[29] e gli ordinò di colpire Isidore che, nel frattempo, era rimasto immobile al suo posto. Il belga, allora, gli strappò lo scapolare e lo gettò al cane, che lo ridusse a brandelli ne vicino campo di patate.[30] Dopo di ciò proferì aspre minacce nei confronti di Bongele che si sarebbero realizzate se non avesse iniziato a frustare. Bongele, intimorito dalle minacce di Van Cauter, dopo un’iniziale resistenza, cominciò a colpire tenendo la parte chiodata fra le sue mani. Il padrone se ne accorse e gli intimò di usare la parte con i chiodi, altrimenti la morte sarebbe arrivata anche per lui. Bongele, impaurito, picchiò con tutte le sue forze. I chiodi penetrarono nella carne e cominciarono a lacerarla. Non sazio, Van Cauter, in un impeto di odio, iniziò a prendere a calci sulla schiena il martoriato Isidore che ebbe soltanto la forza di gemere. Era lì, riverso a terra, che si lamentava: “Mi ha picchiato perché dicevo le mie preghiere… è solo perché pregavo Dio…”. La collera di Van Cauter si calmò. Fece gettare Bakanja in carcere – che altro non era se non l’edificio nel quale il caucciù veniva messo ad essiccare – e, per paura che andasse a spifferare tutto ai capi, gli strinse le gambe con degli anelli di ferro fissati con un peso. Bakanja era lì, fermo, su una stuoia insudiciata dal sangue e dai suoi escrementi. Un nugolo di vespe lo attorniava ed egli non riusciva a scacciarle. Alcuni compagni, impietositi, gli portarono – di nascosto – qualcosa da mangiare e da bere: ma Isidore non ce la faceva. In questa sua agonia ripeteva: “Dio mio non mi abbondare. Non ho rubato alcunché… il bianco voleva impedirmi di pregare.”[31] Giunse intanto la notizia dell’arrivo di un ispettore della SAB e van Cauter, non volendo far risapere il frutto della sua crudeltà, decise di trasferire il prigioniero ad Isoko. Per un breve tratto di strada Isidore riuscì a camminare ma poi, stremato, si nascose nella foresta. Alcuni amici, comunque, lo aiutarono a presentarsi all’ispettore della SAB, un certo Dörpinghaus, detto Potatama, che ha così decritto l’incontro: “Stavo ritornando al battello quando sentii lungo la strada una voce che chiedeva aiuto. Vidi uscire un uomo dalla foresta, la schiena lacerata da piaghe profonde suppuranti e puzzolenti, coperto di sporcizia, assalito dalle mosche, che si aiutava con due bastoni per avvicinarsi a me; strisciando piuttosto che camminando. Interrogo il moribondo e gli chiedo: ‘Cosa hai fatto per meritare una tale punizione?’. Mi risponde che, essendo cristiano della Missione Cattolica dei Trappisti di Bamanja, aveva voluto convertire i lavoratori della fattoria e per questo il bianco l’aveva fatto flagellare con una frusta pesante piena di chiodi aguzzi.”[32] L’ispettore fece chiamare, allora, André Van Cauter che, acceso d’ira, mandò avanti a sé una guardia per far fucilare Bakanja. Dörpinghaus e Van Cauter litigarono a lungo, parlando in francese. Dopo di ciò l’ispettore fece portare Bakanja su una nave dove Dörpinghaus stesso si sarebbe preso cura delle sue ferite. Intanto Van Cauter pagò la sua efferatezza. Venne non solo allontanato dal suo impiego, ma anche messo a disposizione della giustizia di Coquilhatville perché “aveva imposto una punizione orrenda a un operaio senza motivo serio ma solo per soddisfare il suo odio infernale contro la religione cattolica.”[33] Il signor Stronk, che sostituì Van Cauter, scrisse in una lettera: “All’inizio di febbraio 1909 ero nella piantagione di Botako e fui chiamato a Ngomb’Isongu, sul fiume Lomela, per rimpiazzare Van Cauter a Ikili. Dall’ispettore del personale, il sig. Grillet, e dall’ispettore delle piantagioni, il sig. Dörpinghaus, seppi che Van Cauter doveva lasciare la nostra Società per mettersi a disposizione della giustizia. Il motivo era che aveva inflitto una punizione brutale ad un operaio della sua fattoria senza serie ragioni, ma soprattutto, come Dörpinghaus me l’ha confermato, per dare sfogo al suo odio diabolico contro la religione cattolica, poiché questo tale Bakanja ne era fervente propagatore tra gli operai e li preparava a ricevere il battesimo.”[34] Dörpinghaus si preoccupò di portare Isidore a Ngomb’Isongu dove c’era il direttore della SAB. Il 9 febbraio Bakanja venne ospitato dal capo Isengakoi. Passarono i mesi: all’inizio di giugno lo stato di Isidore peggiorò ed egli venne mandato a Busira da suo cugino Camillo Boya, che lo ospitò a casa sua. Tuttavia Camillo non se la sentì di continuare ad assistere suo cugino, forse per paura, forse perché non aveva nessuno che l’accudisse mentre egli era al lavoro. E così Bakanja, oltre al dolore fisico, provava anche quello di sentirsi respinto.[35] Richiamato dal catechista Loleka perché mancava alla tradizione dei padri, Camillo Boya decise di affidare Isidore alla signora Bolangi[36] a casa della quale, dal 24 al 25 luglio, ricevette la visita dei missionari. Bakanja poté confessarsi e ricevere Gesù nell’Eucaristia. In quest’occasione perdonò il suo carnefice e assicurò la sua preghiera per lui quando sarebbe andato in cielo: “È niente se muoio. Se Dio vuole che io viva, vivrò. Se Dio vuole che io muoia, morirò. Per me è la stessa cosa. Non sono irritato con il bianco: mi ha picchiato, è affar suo, non mio. Se muoio pregherò per lui dal cielo.”[37] Le cure, ormai, non facevano più effetto e Isidore si aggravava sempre di più. La mattina del 15 agosto riuscì ad alzarsi e a fare un piccolo giro, tenendo in mano il suo rosario. Dopo aver pregato insieme alla comunità cristiana, chiese qualcosa da mangiare. Mangiò. Poco dopo morì. Era il 1909. Venne seppellito con la corona che, nel morire, stringeva fra le mani e con lo scapolare, segno del suo essere cristiano. Il suo corpo riposta nel cimitero di Bokote. Dopo la sua morte, il numero dei cristiani è cresciuto in modo straordinario, proprio nei villaggi dove è vissuto ed è morto Isidore e nella regione dove lavorava la SAB.[38] È stato beatificato da Giovanni Paolo II il 24 aprile 1994. La sua memoria si celebra il 12 agosto. [39] Questo passo paolino sembra scritto appositamente per illustrare il messaggio di Isidore per noi oggi. La sua vicenda umana, infatti, sembra essere quella del Cristo: come lui egli è stato insultato, flagellato, percosso, messo a morte. Come Gesù, Bakanja ha perdonato chi gli faceva del male. Di Isidore non abbiamo nemmeno un’immagine: quasi a volerci indicare che è Gesù, il Cristo, colui al quale dobbiamo guardare e sul quale dobbiamo conformare la nostra vita. Come ha fatto lui. Se Dio vuole che io viva, vivrò. Se Dio vuole che io muoia, morirò. Per me è la stessa cosa»). La sua mitezza, onestà, rispetto per ogni essere umano ci sono testimoniate sia dai suoi compagni cristiani, sia da persone di fede non cristiana. A seguito della sua morte il numero di coloro che accolsero Cristo come unico Salvatore crebbe smisuratamente. E in questi nostri giorni che sembrano sempre più violente, Isidore dovrebbe essere il grido tonante che proclami in tutto il mondo: l’odio tra le varie razze si può evitare![40] Nell’omelia della beatificazione e nel Regina Coeli dello stesso giorno, Giovanni Paolo II ha, ovviamente, parlato di Isidore Bakanja. Fra le altre cose il Santo Padre ha detto: “Tu sei stato un uomo di fede eroica, Isidoro Bakanja, giovane laico, dello Zaire. Dopo il battesimo, chiamato a diffondere la Buona Novella, hai saputo comunicare la tua fede e testimoniare Cristo con tanta convinzione che, per i tuoi compagni, sembravi far parte dei valorosi fedeli della schiera dei catechisti. Sì, beato Isidoro, pienamente fedele alle promesse del tuo battesimo, tu sei stato veramente un catechista, tu hai operato generosamente per la Chiesa dell’Africa e la sua missione evangelizzatrice. In questo giorno in cui noi proclamiamo i tuoi meriti, vogliamo rendere omaggio a tutti i catechisti, questi collaboratori indispensabili per l’edificazione della Chiesa nel continente africano. I catechisti precedono, accompagnano e completano l’opera dei sacerdoti nel loro popolo. Nelle diverse epoche della storia, hanno permesso alla fede di sopravvivere alle persecuzioni. Sanno essere veri pastori che conoscono le pecore ed esse conoscono loro; e, se c’è bisogno, essi difendono il gregge a prezzo della propria vita. I catechisti hanno coscienza che un gran numero dei loro fratelli e sorelle non sono ancora del gregge e attendono, dalla loro sollecitudine fraterna, l’annuncio della Buona Novella. Con tutta la loro azione, i catechisti rendono una vera testimonianza a Cristo, l’unico Pastore. Tu, Isidoro, la tua partecipazione al mistero pasquale di Cristo, all’opera suprema del suo amore è stata totale. Perché tu hai voluto rimanere fedele a ogni costo alla fede del tuo battesimo, tu hai subito la flagellazione come il tuo Maestro. Tu hai perdonato i tuoi persecutori come il tuo Maestro sulla Croce; e tu ti sei mostrato artefice di pace e di riconciliazione. In un’Africa dolorosamente provata dalle lotte fra etniche, il tuo esempio luminoso è un incoraggiamento alla concordia e un avvenimento tra i figli del medesimo Padre celeste. Tu hai praticato la carità fraterna verso tutti senza distinzione di razze, di condizione sociale, tu hai guadagnato la stima e il rispetto dei tuoi compagni, dei quali molti non erano nemmeno cristiani. Tu ci indichi così il cammino del dialogo, necessario tra gli uomini. Tu ci inviti a raccogliere, a tuo esempio, il dono che, sulla Croce, Gesù Cristo ci ha fatto della sua Madre. Rivestito dell’abito di Maria, tu hai camminato con lei e come lei nel tuo pellegrinaggio di fede; come Gesù, il buon Pastore, tu sei giunto a donare la tua vita per le pecorelle. Aiuta noi, che dobbiamo percorrere il medesimo cammino, a elevare gli occhi a Maria e apprenderla per nostra guida”. Il papa, poi, è ritornato sul beato Isidoro anche
nell’esortazione apostolica post-sinodale Ecclesia in Africa (14 settembre
1995). Dice il pontefice: “La lista dei santi che l'Africa dona alla Chiesa,
lista che è il suo più grande titolo di onore, continua ad allungarsi. Come
potremmo non menzionare, tra i più recenti, Clementina Anuarite,[41] vergine e martire dello Zaire,
che ho beatificato in terra africana nel 1985, Vittoria Rasoamanarivo,[42] del Madagascar e Giuseppina
Bakhita,[43] del Sudan, beatificate anch'esse
durante il mio Pontificato? E come non ricordare il beato Isidoro Bakanja,
martire dello Zaire, che ho avuto il privilegio di elevare all'onore degli
altari durante l'Assemblea speciale per l'Africa? […] Di fronte alla formidabile
crescita della Chiesa in Africa durante gli ultimi cent'anni, di fronte ai
frutti di santità che sono stati ottenuti, non vi è che un'unica spiegazione
possibile: tutto ciò è dono di Dio, poiché nessuno sforzo umano avrebbe potuto
compiere una simile opera in un periodo relativamente così breve. Tuttavia, non
c'è posto per un trionfalismo umano. Facendo memoria dello splendore glorioso della
Chiesa in Africa, i Padri sinodali hanno voluto soltanto celebrare le
meraviglie compiute da Dio per la liberazione e la salvezza dell'Africa. Isidore Bakanja ha, così, testimoniato con il sangue il suo battesimo. È riuscito a vivere in pienezza la sua vocazione di cristiano, non avendo paura di mostrare a tutti ciò che per lui era segno visibile della sua fede, più di quanto l’uniforme distingua il soldato. Forse a noi non sarà richiesto il sacrificio della vita, ma non per questo non siamo chiamati ad esser fedeli al battesimo, a far fruttificare quel germe che è stato seminato in noi. Ognuno di noi ha un modo personale di far germogliare questo piccolo seme che ha in sé. Isidore ha trovato il suo modo. E il nostro qual è? In che modo pensiamo di impegnare la nostra vita al servizio del Vangelo? Come vogliamo dare testimonianza? Sono interrogativi a cui ognuno, in prima persona, è chiamato a rispondere. Martire, in fin dei conti, vuol dire testimone: come testimoniamo il nostro battesimo? a) Per conoscere meglio il giovane Isidore Bakanja
Isidoro. Martire per lo Scapolare. Beatificato da Giovanni Paolo II, a cura di Riccardo Palazzi, Provincia Italiana
dei Carmelitani, Roma 1994. b) Per conoscere meglio l’ambiente in cui si è svolta la vicenda umana di Isidore Bakanja e per approfondire alcuni aspetti della sua spiritualità Donattini, Massimo, «Cão Diogo», in Grande Dizionario Enciclopedico UTET,
vol. IV, Torino 1993, 164. [1] Mt 20, 1-16. Roberto Russo - Roma 2004 |
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