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33ª Domenica del tempo ordinario (B)Discorso finale 1. Orazione iniziale 2. Lectio a) Il testo:
b) Momento di silenzio: Lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi. a) Alcune domande: - Dopo quella tribolazione. La vita umana porta i segni del travaglio, il sigillo di una morte gravida di vita nuova: possiamo pensarci tra gli eletti che saranno radunati dai quattro venti? b) Chiave di lettura: Il profondo mutamento del cosmo descritto da Marco tra metafore e realtà annuncia l’imminenza della fine che introduce ad una immensa novità. L’apparizione del Figlio sulle nubi apre l’umanità alla dimensione celeste. Egli non è un giudice inappellabile, ma un Salvatore potente, che compare nello splendore della gloria divina, per riunire gli eletti, per renderli partecipi della vita eterna nel regno beato del cielo. Non c’è in Marco scena di giudizio, minaccia o condanna… volendo suscitare la speranza e nutrire l’attesa, si annuncia la vittoria finale. v. 24-25. Dopo quella tribolazione il sole si oscurerà… alla grande tribolazione si oppone una nuova realtà. L’evangelista considera vicina la parusia, anche se l’ora resta sconosciuta. Lo sconvolgimento del cosmo è descritto con espressioni tipiche del linguaggio apocalittico, in una forma stilistica accurata: i quattro elementi sono disposti due a due con il ricorso al parallelismo. È evidente il richiamo a Is 13,10 quando si parla di oscurarsi del sole e della luna, a Is 34,4 quando si parla di sconvolgimento delle potenze che sono nei cieli. v. 26. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e splendore. È il punto culminante del discorso escatologico di Marco. Il tempo dell’attesa si compie, arriva il momento della ricapitolazione di tutto in Cristo. La fine del mondo non è altro che la premessa della parusia gloriosa del Figlio dell’uomo prevista da Dn 7,13. Le nubi indicano la presenza di Dio che nelle teofanie se ne serve per scendere sulla terra. Gli attributi della sovranità divina, la potenza e la gloria, ricordati da Gesù davanti al sinedrio (14,62), non sono una minaccia per l’uomo, ma la proclamazione solenne della dignità messianica che trascende l’umanità di Cristo. v. 27. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all'estremità del cielo. Con questo primo atto del Figlio dell’uomo emerge il significato vero della parusia: la salvezza escatologica del popolo di Dio sparso nel mondo. Gli eletti tutti saranno riuniti. Nessuno sarà dimenticato. Non si parla di castigo dei nemici né di catastrofi punitive, ma di unificazione. E non ci sarà luogo estraneo a questo perché dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo gli angeli raduneranno gli uomini attorno a Cristo. È un incontro glorioso. v. 28. Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l'estate è vicina. La parabola del fico sta a dire la certezza e la prossimità degli eventi annunciati, in modo particolare la venuta del Figlio dell’uomo, prefigurata nella vicina passione, morte e risurrezione. L’imperativo rivolto agli ascoltatori: Imparate! rivela il senso parentetico della similitudine: è un invito a penetrare a fondo il senso delle parole di Gesù per comprendere il progetto di Dio sul mondo. La pianta del fico che perde le foglie in autunno avanzato e le rimette tardi rispetto alle altre piante, a primavera inoltrata, annuncia l’arrivo dell’estate. v. 29. Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. L’uomo può conoscere il disegno di Dio, dagli eventi che accadono. Quali le cose che devono accadere? Marco aveva parlato al v. 14 dell’abominio della desolazione. Questo è il segno, il segno della fine, cioè della parusia, dell’apparizione del Figlio dell’uomo. Quelle cose che sono l’inizio delle doglie porteranno ad una nuova nascita, perché Egli è vicino, alle porte. v. 30. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Sono state fatte molte ipotesi sul significato di questa generazione. Più che un’affermazione cronologica si tratta di una espressione cristologica. La Chiesa primitiva ha sempre affermato, pur sperando in una venuta a breve termine del Signore, l’incertezza del momento preciso. Ogni credente che legge, in qualsiasi tempo, può pensarsi come facente parte di questa generazione. v. 31. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. La certezza che le parole del Signore non passeranno mai infonde fiducia a chiunque riflette sulla caducità del mondo e delle cose del mondo. Costruirsi sulla Parola di Dio permetterà che non sussista l’abominio della desolazione e che il sole, la luna e le stelle non perdano il loro splendore. L’oggi di Dio diventa per l’uomo l’unica via per accedere a se stesso perché, se nelle sue parole l’oggi non sarà mai ieri né domani, non dovrà più temere la morte. v. 32. Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre. La fine è certa , ma la conoscenza di quando avverrà è riservata al Padre. Gesù non ha mai detto nulla di preciso a riguardo. Quindi, se qualcuno pretende di rifarsi a un suo presunto insegnamento, mente. La fine fa parte di quei segreti insondabili che fanno parte del mistero del Padre. La missione del Figlio è l’attuazione del regno, non la rivelazione del compimento della storia umana. Gesù condivide così fino in fondo la condizione umana. Con la sua kenosi volontaria ben si accorda la possibilità di ignorare il giorno e l’ora della fine del mondo. c) Riflessione: La tribolazione come pane quotidiano per la vita dell’uomo è il segno della venuta del Figlio di Dio. Una vita gravida di un volto nuovo non può non conoscere i dolori del parto. Dispersi all’estremità della terra, lontani gli uni dagli altri, i figli dell’Altissimo saranno radunati dai quattro venti, dal soffio divino che percorre la terra. Il Figlio dell’uomo viene sulle nubi mentre il nostro sguardo è fisso a terra, alle nostre opere di fango, perduto tra le lacrime della delusione e del fallimento. Quando saremo capaci di alzare lo sguardo dalle nostre misere cose per vederlo arrivare all’orizzonte della nostra storia, la vita si riempirà di luce e impareremo a leggere la sua scrittura sulla sabbia del nostro pensare e volere, del nostro cadere e sognare, del nostro andare e imparare. Quando avremo il coraggio di sfogliare le pagine della vita di ogni giorno e raccogliere i semi della Parola eterna gettati nei solchi del nostro essere, troverà pace il nostro cuore. E le parole vane, i piaceri inghiottiti dal tempo, non resteranno che un ricordo perduto perché la roccia sulla quale avremo costruito noi stessi sarà la roccia della Parola del Dio vivente. Se quel giorno e quell’ora nessuno lo conosce, non sta a noi indagare. Il Padre sa e noi ci fideremo di lui. 4. Oratio Sapienza 9,1-6.9-11 Dio dei padri e Signore di misericordia, 5. Contemplatio Signore, guardo il ramo tenero del fico che è la mia vita e aspetto. Mentre le ombre della sera si allungano sui miei passi, ripenso alla tua parola. Quanta pace in cuore mentre la mente si lascia andare al pensiero di te. Nel tuo tempo la mia attesa su di te si compie. Nel mio tempo la tua attesa su di me si compie. Il tempo, quale mistero di passato e futuro, di eterno presente. Le onde dell’oggi si infrangono nelle esperienze brucianti della tua Presenza e mi rimandano ai giochi sulla sabbia che puntualmente il mare mi distrugge. Eppure sono felice. Felice del mio niente, della mia sabbia che non resta in piedi, perché ancora una volta la tua Parola scrive. Noi cerchiamo di fermarci nel tempo, scrivendo e parlando, realizzando opere eccelse che resistano alle intemperie nei secoli. E tu invece ti fermi a scrivere sulla sabbia, a realizzare opere di amore che hanno il profumo di una lebbra accarezzata e non fuggita, il suono di voci straziate e senza forma come sottofondo giornaliero, il sapore di una vendetta sfumata e di un abbraccio ridonato… opere che non restano se non nel cuore di Dio e nella memoria di quei viventi, attenti alle tracce di un volo di colomba nel cielo della propria esistenza. Ogni giorno io possa guardare le nubi e consumarmi nella nostalgia del tuo ritorno, tenero amore dell’anima mia. Amen. |
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