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25ª Domenica del tempo ordinario (C)La parabola dell’amministratore infedele. 1. Orazione iniziale 2. Lettura a) Per inserire il brano nel suo contesto: Questa pericope evangelica appartiene alla grande sezione del racconto di Luca che comprende tutto il lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme; si apre con Lc 9, 51 per terminare in Lc 19, 27. Questa sezione, a sua volta, è suddivisa in tre parti, quasi tre tappe del viaggio di Gesù, ognuna delle quali viene introdotta da un’annotazione, a mò di ripetizione: “Gesù si diresse decisamente verso Gerusalemme” (9, 51); “Passava per città e villaggi insegnando, mentre camminava verso Gerusalemme” (13, 22); “Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la Samaria e la Galilea” (17, 11); per giungere alla conclusione di 19, 28: “Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme”, quando Gesù entra nella Città. b) Per aiutare nella lettura del brano: vv. 1-8: Gesù racconta la parabola dell’amministratore saggio e scaltro: un uomo, accusato della sua avidità eccessiva, ormai insostenibile, si trova in un momento decisivo e difficile della sua vita, ma riesce a utilizzare tutte le sue risorse umane per volgere al bene il suo fallimento clamoroso. Come questo figlio del mondo ha saputo discernere i suoi interessi, così anche i figli della luce devono imparare a discernere la volontà d’amore e di dono del Padre loro, per vivere come Lui. c) Il testo:
3. Un momento di silenzio orante Davanti alla Parola del Vangelo sento che sono chiamato sempre a rendere conto della mia “amministrazione”; la mia vita, fin nei suoi angoli più nascosti e personali viene scrutata con la lucerna della Legge, dei Profeti, dei salmi, dei Vangeli e degli scritti degli Apostoli. Non posso nascondermi, né fuggire, né fingere o mascherare ciò che è fin troppo conosciuto da mio Padre, che, con amore infinito, mi ha pensato e plasmato. Accolgo il silenzio di questo momento, di questo tempo sacro dell’incontro con Lui. Io, povero, senza moneta, senza possessi, senza casa e senza forza propria, poiché nulla viene da me, ma ogni cosa è da Lui, mi lascio raggiungere dalla sua ricchezza di compassione e di misericordia. 4. Alcune domande Che mi aiutino a pormi nella giusta e vera dimensione; che mi facciano riconoscere per quello che sono e che mi conducano sulla via del ritorno al Padre, inserendomi nella creazione nuova, nella vita nuova, che nasce dallo Spirito Santo. a) Questa parola parla di me, lo so; racconta la mia storia, dipinge i tratti del mio volto. Come ogni cristiano, anch’io sono un amministratore del Signore, l’Uomo ricco della nostra esistenza, l’Unico che possieda beni e ricchezze. Noto che questo termine si ripete continuamente nel corso della parabola e perciò voglio prenderlo in seria considerazione: guardando il testo greco, posso tradurre alla lettera con “economo”, cioè “colui che dà la legge alla casa”. Il punto è proprio questo: quale legge io offro alla mia casa, alla mia esistenza, casa di Dio, tempio santo della presenza di Dio? Che cos’è che regola i miei pensieri e, di conseguenza, le mie scelte, le mie azioni di ogni giorno, i miei rapporti? La mia legge è il Signore Gesù, termine e fine di essa (Rm 10, 4)? Acconsento, nel mio intimo, alla legge di Dio (Rm 7, 22), cioè la vivo con il mio uomo interiore, quello più vero e profondo, o solo superficialmente, distrattamente, senza amore, senza la limpidezza di un cuore che si lascia raggiungere dal suo Signore? La mia casa è fondata su quella legge, che trova il suo pieno compimento nell’amore dei miei fratelli (Rm 13, 8.10), nell’accoglienza del mio prossimo, con i suoi pesi, le sue fatiche, i suoi dolori e le sue povertà (Gal 6, 2)? b) Mi lascio colpire, ora, dall’accusa rivolta all’economo della parabola e la ascolto dalla bocca del Signore, come se Lui stesso, oggi, mi dicesse: “Che è questo che sento dire di te? Sei stato accusato davanti a me di sperperare i miei averi”. Mi carico sulle spalle la croce di questo verbo così duro “sperperare, disperdere”, che è lo stesso usato da Luca pochi versetti prima, quando raccontava del figlio minore, fuggito lontano dal padre suo, che aveva sperperato tutti i suoi beni vivendo da dissoluto (Lc 15, 13). Mi guardo dentro e mi guardo al di fuori e insisto a mettere a confronto questa parola con la mia vita, fino nei suoi punti più intimi e nascosti, che sono solo miei, solo noti al Signore. Dunque: io sperpero, io disperdo… La vita, i beni, i doni che mio Padre mi ha dato, queste infinite ricchezze, che valgono più di ogni altra cosa al mondo, io li sto sciupando, li sto buttando via, come perle ai porci. Ecco da dove viene la mia infelicità e la mia insoddisfazione, il vuoto che mi sento dentro al cuore, dentro all’anima! Ma la chiamata di oggi, queste parole di mio Padre, mi aiutano a prendere coscienza del mio peccato, della mia lontananza e mi portano di nuovo vicino a casa e mi aprono il cuore al pentimento. Sì, io torno da Lui e gli chiedo perdono… c) Continuando a leggere incontro altri due verbi molto forti, che mi scuotono e mi interpellano; sembrano buttati lì per caso, quasi fuori posto e invece hanno molto da dirmi. Li ascolto in profondità. In greco sono così: “scavare” e “mendicare”. Mi viene subito in mente un versetto del libro dei Proverbi, che invita a scavare per ricercare la Sapienza come si farebbe per i tesori più preziosi (Pr 2, 4); scavare con le mani, con i piedi, con ogni strumento possibile, ma scavare, ogni giorno, sempre, fino alla fine della vita, per cercare il Signore, il suo volto, la sua parola! Non posso più accettare e ammettere questa pigrizia nella mia esistenza, questo disinteresse per le cose che contano veramente, per le cose di lassù (Col 3, 1ss.)! Basta! Voglio irrobustire le mie mani fiacche, rendere salde le mie ginocchia vacillanti e cominciare a lavorare davvero per il Vangelo, a sudare e faticare per cercare il Signore, il mio vero tesoro. E poi l’altro verbo: mendicare. Chi di noi, davanti a Lui, non è un mendicante, un povero, senza niente, solo bisognoso del suo amore infinito, del suo dono senza misura (Gv 3, 34), traboccante, ben pigiato e scosso, versato in grembo con misericordia (Lc 6, 38)? Signore, sì, io allungo la mia mano e comincio, oggi, davanti al tuo volto, a scavare e a mendicare, cercando te, perché senza di te io non ho alcun bene. d) Poi mi metto a contemplare in silenzio, con il cuore, la decisione e le azioni di questo amministratore, infedele, ma saggio, scaltro: improvvisamente cambia vita, cambia rapporti, misure, pensieri ed esclama con sicurezza: “Io so che cosa farò!”. E’ il “scio” stupendo di Paolo: “Io so a chi ho dato fiducia” (2 Tim 1, 12). Ha conosciuto e visto come veramente è il suo Signore: misericordioso e pietoso, pieno di viscere di amore e allora ha capito che deve essere come Lui, misericordioso. Chiama tutti, uno ad uno, li invita a sedere al tavolo dell’amore e del condono, fa tirare fuori i documenti scritti e li annulla, come ha fatto Cristo sulla croce con il documento della nostra condanna (Col 2, 14); moltiplica il dono di barili e di misure, versa olio e grano nella vita delle persone, non tiene più per sé, ma regala. E’ così che la mia vita dovrebbe cambiare, trasformandosi da continuo sforzo per accaparrare e mettere da parte a continuo dono, continua condivisione d’amore. Troppo mi sono stancato a costruire magazzini e granai per i miei raccolti ingannevoli, fatti quasi solo di pula, di spighe secche e vuote! Troppo tempo ho tenuto chiuse le porte, i cancelli del cuore e sono rimasto lì, solitario e schivo, a controllare i documenti dei miei fratelli, perché nessuno scappasse alla mia critica esatta, noiosa, a volte amara e cattiva. Oggi è un giorno nuovo, è l’inizio di una vita nuova, regolata sulla logica del condono, della distribuzione: so che la vera sapienza è nascosta nella misericordia. e) Ascolto e riascolto le parole di Gesù, quei suoi detti un po’ strani, un po’ difficili da capire: mi parla di fedeltà, di ingiustizia, di poco, di molto, di ricchezza altrui e ricchezza mia, di servi e di padroni, di amore e di odio… “O amerà l’uno o amerà l’altro…”. Il Signore si fa mendicante davanti a me, ancora una volta, del mio amore; Lui, che è il solo ricco, diventa così povero da tendere la sua mano verso il mio cuore. Ho imparato, attraverso le parole di questo vangelo, che il suo amore è condono, è misericordia, ma adesso mi viene detto che il suo amore richiede una risposta piena, fedele, unica; non posso offrirgli un amore spezzettato, diviso un po’ qua un po’ là, un amore adultero. San Giacomo dice: “Non sapete che amare il mondo è odiare Dio?” (Gc 4, 4). Devo scegliere adesso di chi voglio essere servo, a casa di chi voglio abitare, accanto a chi voglio vivere la mia vita… 5. Una chiave di lettura Sono stato invitato a scavare e a mendicare davanti al Signore e al tesoro prezioso della sua Parola; per questo non voglio allontanarmi da questo luogo santo, terra dove scorre latte e miele. Chiedo di poter incontrare il volto del Signore, il suo sguardo, di poter ascoltare a lungo e in profondità la sua voce; chiedo di ricevere il suo abbraccio, come è detto nel Cantico dei Cantici: “La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia” (Ct 2, 6). * Chi è l’amministratore del Signore? Nella parabola di Luca torna per ben sette volte il termine “amministratore” o “amministrazione”, che viene, così, ad essere la parola chiave del brano e del messaggio che il Signore vuole lasciarmi. Provo allora a cercare nelle Scritture alcune tracce, o una luce che mi aiuti a capire meglio e a verificare la mia vita, la mia amministrazione che il Signore mi ha affidato. Nell’Antico Testamento ritorna varie volte questa realtà, soprattutto riferita alle ricchezze regali o alle ricchezze di città e imperi: nei libri delle Cronache, per es. si parla degli amministratori del re Davide (1 Cr 27, 31; 28, 1) e così nei libri di Ester (3, 9), Daniele (2, 49; 6, 4) e Tobia (1, 22) incontro amministratori di re e principi. E’ un’amministrazione tutta mondana, legata agli averi, al denaro, alle ricchezze, al potere; quindi legata a realtà negative, come l’accumulo, l’usurpazione, la violenza. E’, insomma, un’amministrazione che finisce, caduca e ingannevole, per quanto riconosca che anch’essa sia, in una certa misura, necessaria al buon andamento della società. Il Nuovo Testamento, invece, mi introduce subito in una dimensione diversa, più elevata, perché riguardante le cose dello spirito, dell’anima, quelle che non finiscono, che non mutano col mutare dei tempi e delle persone. San Paolo dice: “Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele” (1 Cor 4, 1s) e Pietro: “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio” (1 Pt 4, 10). Quindi comprendo di essere anch’io un amministratore dei misteri e della grazia di Dio, attraverso lo strumento semplice e povero, che è la mia stessa vita; in essa io sono chiamato ad essere fedele e buono. Ma questo aggettivo, “buono”, è lo stesso che Giovanni usa riferendolo al pastore, a Gesù: kalòs, cioè bello e buono. E perché? Semplicemente perché offre la sua vita al Padre per le pecore. Questa è l’unica vera amministrazione che mi viene affidata in questo mondo, per il mondo futuro. * Che cos’è la scaltrezza dell’amministratore del Signore? Il brano dice che il padrone loda il suo amministratore disonesto, perché aveva agito con “scaltrezza” e ripete il termine, “scaltro”, poco dopo. Ancora una volta chiedo aiuto al testo originale, per tentare di comprendere meglio, con maggiore verità possibile, il senso di questa parola del Signore: forse una traduzione più corretta potrebbe essere “sapiente”, cioè “saggio”, o “prudente”. E’ una sapienza che nasce da un pensare attento, approfondito, dalla riflessione, dallo studio e dall’applicazione della mente, degli affetti a qualcosa che interessa grandemente. Come aggettivo, questo vocabolo si trova, ad es. in Mt 7, 24, dove ci viene mostrata la vera saggezza dell’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia e non sulla sabbia, cioè dell’uomo che fonda la sua esistenza sulla Parola del Signore o ancora in Mt 25, dove sagge sono le vergini che hanno con sé e la lampada e l’olio, così che non si lasciano sorprendere dalle tenebre, ma sanno aspettare sempre, con amore invincibile, incorruttibile, il ritorno del loro Sposo e Signore. Dunque questo amministratore è sapiente e prudente, non perché si prende gioco degli altri, ma perché ha saputo regolare e trasformare la sua vita sulla misura e sulla forma della vita del suo Signore: ha messo tutto l’impegno del suo essere, mente, cuore, volontà, desiderio nell’imitare colui che serviva. * La disonestà e l’ingiustizia Un’altra parola ripetuta più volte è “disonesto”, “disonestà”; l’amministratore è detto disonesto e così la ricchezza. La disonestà è una caratteristica che può intaccare l’essere, nelle cose grandi, nel molto, ma anche in quelle minime, nel poco. Il testo greco non usa propriamente il termine “disonesto”, ma dice “amministratore dell’ingiustizia”, “ricchezza dell’ingiustizia” e “ingiusto nel minimo”, “ingiusto nel molto”. L’ingiustizia è una distribuzione cattiva, non equa, non equilibrata; in essa manca l’armonia, manca un centro che attiri a sé ogni energia, ogni cura e intento; crea fratture, ferite, dolori su dolori, accumuli da una parte e manchevolezze dall’altra. Tutti noi veniamo a contatto, in qualche misura, con le realtà dell’ingiustizia, perché appartengono a questo mondo. E ci sentiamo trascinati da una parte o da un’altra, perdiamo l’armonia, l’equilibrio, la bellezza; è così, non possiamo negarlo. La parola del Vangelo condanna proprio questa disarmonia così forte, che è l’accumulo, il mettere da parte, l’aumentare sempre più, il possesso e ci mostra la via della guarigione, che è il dono, il condividere, il dar via con cuore aperto, con misericordia. Come fa il Padre con noi, senza mai stancarsi, senza venir meno. * E mammona, che cos’è? La parola mammona appare, in tutta la Bibbia, solo in questo capitolo di Luca (vv. 9. 11 e 13) e in Mt 6, 24. E’ un vocabolo semitico che corrisponde a “ricchezza”, “possessi”, “guadagno”, ma diventa quasi la personificazione del dio-denaro, che gli uomini servono stoltissimamente, schiavi di “quell’avarizia insaziabile, che è idolatria” (Col 3, 5). Qui tutto diventa chiaro, è piena luce. So bene, adesso, qual è la domanda che mi rimane, dopo l’incontro con questa Parola del Signore: “Io chi voglio servire?”. La scelta è una sola, unica, precisa… Trattengo nel mio cuore questo verbo stupendo, meraviglioso e dolce, il verbo “servire” e lo rumino, succhiando da esso tutta la sostanza della verità che porta con sé. Mi tornano alla mente le parole di Giosuè al popolo: “Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire!” (Gs 24, 15). So che sono ingiusto, che sono amministratore infedele, stolto, so che non ho nulla, ma oggi io scelgo, con tutto ciò che sono, di servire il Signore. (cf. At 20, 19; 1 Tess 1, 9; Gal 1, 10; Rm 12, 11). 6. Un momento di preghiera: Salmo 49 Riflessione sapienziale sul cuore, Rit. Beati i poveri in spirito: di essi è il regno dei cieli. Ascoltate, popoli tutti, Perché temere nei giorni tristi, Vedrà morire i sapienti; Se vedi un uomo arricchirsi, non temere, “Dio vuole un amore gratuito, cioè un amore puro… Dio riempie i cuori, non i forzieri. A che ti servono le ricchezze, se il tuo cuore è vuoto?”. (S. Agostino) 7. Orazione finale Signore, grazie per questo tempo passato con te, ascoltando la tua voce che mi parlava con amore e misericordia infinita; sento che la mia vita viene guarita solo quando rimango con te, in te, quando mi lascio raccogliere da te. Tu hai preso fra le tue mani la mia avarizia, che mi rende secco e arido, che mi chiude e mi fa triste e solo; hai accolto la mia cupidigia insaziabile, che mi fa gonfio di vuoto e di dolore; hai accettato e preso su di te la mia ambiguità e infedeltà, il mio zoppicare stanco e impacciato… Signore, sono felice quando mi apro a te e ti mostro tutte le mie ferite! Grazie per il balsamo delle tue parole e dei tuoi silenzi. Grazie per il soffio del tuo Spirito, che porta via l’alito cattivo del male, del nemico. |
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