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1 novembre - Tutti i Santi Le Beatitudini 1. Ascolto del testo a) Preghiera iniziale: O Signore, cercare la tua Parola, che ci è venuta incontro in Cristo, è tutto il senso della nostra vita. Rendici capace di accogliere la novità del vangelo delle Beatitudini, così la mia vita può cambiare. Di te, Signore, non potrei sapere nulla, se non ci fosse la luce delle parole del tuo Figlio Gesù, venuto per ‘raccontarci’ le tue meraviglie. Quando sono debole, appoggiandomi a Lui, verbo di Dio, divento forte. Quando mi comporto da stolto, la sapienza del suo vangelo mi restituisce il gusto di Dio, la soavità del suo amore. E mi guida per i sentieri della vita. Quando appare in me qualche deformità, riflettendomi nella sua Parola l’immagine della mia personalità diventa bella. Quando la solitudine tenta di inaridirmi, unendomi a lui nel matrimonio spirituale la mia vita diventa feconda. E quando mi scopro in qualche tristezza o infelicità, il pensiero di Lui, quale unico mio bene, mi schiude il sentiero della gioia. Un testo che riassume in modo forte il desiderio della santità, quale ricerca intensa di Dio e ascolto dei fratelli è quello di Teresa di Gesù Bambino: «Se tu sei niente, non dimenticare che Gesù è tutto. Devi dunque perdere il tuo piccolo nulla nel suo infinito tutto e non pensare più che a questo tutto unicamente amabile…» (Lettere, 87, a Maria Guèrin). b) Lettura del vangelo:
c) Momenti di silenzio orante: Per essere raggiunti dalla parola di Cristo e perché la Parola fatta carne, che è Cristo, possa abitare i nostri cuori e noi vi possiamo aderire, è necessario che ci sia ascolto e silenzio profondo. Solo in cuori silenziosi la Parola di Dio può nascere anche in questa solennità dei Santi e, anche oggi, prendere carne. 2. La Parola s’illumina (lectio) a) Contesto: La parola di Gesù sulle Beatitudini che Matteo ha attinto dalle sue fonti era condensata in brevi e isolate frasi e l’evangelista l’ha inserita in un discorso di più ampio respiro; è quello che gli studiosi della Bibbia chiamano “discorso della montagna” (capitoli 5-7). Tale discorso viene considerato come lo statuto o la magna charta che Gesù ha affidato alla sua comunità come parola normativa e vincolante per definirsi cristiana. I vari temi della parola di Gesù contenuti in questo lungo discorso non sono una somma o agglomerato di esortazioni, ma piuttosto indicano con chiarezza e radicalità quale deve essere il nuovo atteggiamento da tenere verso Dio, verso se stessi e verso il fratello. Alcune espressioni di tale insegnamento di Gesù possono apparire esagerate, ma sono utilizzate per dare un’immagine più viva della realtà e quindi realistiche nel contenuto, anche se non nella forma letteraria: per esempio ai vv.29-30: «Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna». Tale modo di esprimersi sta a indicare l’effetto che si vuole creare sul lettore, il quale deve intendere rettamente le parole di Gesù per non travisarne il senso. La nostra attenzione per esigenze liturgiche si sofferma sulla prima parte del “discorso della montagna”, quella appunto che s’apre con la proclamazione delle beatitudini (Mt 5,1-12). b) Alcuni particolari: Matteo introduce il lettore ad ascoltare le beatitudini pronunciate da Gesù con una ricca concentrazione di particolari. Innanzitutto viene indicato il luogo nel quale Gesù pronuncia il suo discorso: “Gesù salì sulla montagna” (5,1). Per tale motivo gli esegeti lo definiscono “discorso della montagna” a differenza di Luca che lo inserisce nel contesto di un luogo pianeggiante (Lc 6,20-26). L’indicazione geografica della “montagna” potrebbe alludere velatamente ad un episodio dell’AT molto simile al nostro: è quando Mosé promulga il decalogo sulla montagna del Sinai. Non si esclude che Matteo intenda presentare al lettore la figura di Gesù, nuovo Mosé, che promulga la legge nuova. Un altro particolare che ci colpisce è la posizione fisica con cui Gesù pronunzia le sue parole: “e, messosi a sedere”. Tale atteggiamento conferisce alla sua persona una nota di autorità nella mentre legifera. Lo circondano i discepoli e le “folle”: tale particolare intende mostrare che Gesù nel pronunziare tali parole le ha rivolte a tutti e che sono da considerarsi attuabili per ogni ascoltatore. Và notato che il discorso di Gesù non presenta degli atteggiamenti di vita impossibili, né che essi siano diretti a un gruppo di persone speciali o particolari, né mirano a fondare un’etica esclusivamente dall’indirizzo interiore. Le esigenze propositive di Gesù sono concrete, impegnative e decisamente radicali. C’è qualcuno che ha cosi stigmatizzato il discorso di Gesù: «Per me, è il testo più importante della storia umana. S’indirizza a tutti, credenti e non, e rimane dopo venti secoli, l’unica luce che brilla ancora nelle tenebre di violenza, di paura, di solitudine in cui è stato gettato l’Occidente dal proprio orgoglio ed egoismo» (Gilbert Cesbron). Il termine “beati” (in greco makarioi) nel nostro contesto non esprime un linguaggio “piano”, ma un vero e proprio grido di felicità, diffusissimo nel mondo della bibbia. Nell’AT, per esempio, vengono definite persone “felici” coloro che vivono le indicazioni della Sapienza (Sir 25,7-10). L’orante dei Salmi definisce “felice” chi “teme”, più precisamente chi ama, il Signore, esprimendolo nell’osservanza delle indicazioni contenute nella parola di Dio (Sal 1,1; 128,1). L’originalità di Matteo consiste nell’aggiunta di una frase secondaria che specifica ogni beatitudine: ad esempio, l’affermazione principale “beati i poveri in spirito” è illustrata da una frase aggiunta “perché di essi è il regno dei cieli”. Un’altra differenza rispetto all’AT: quella di Gesù annunciano una felicità che salva nel presente e senza limitazioni. Inoltre, per Gesù, tutti possono accedere alla felicità, a condizione che si stia uniti a Lui. c) Le prime tre beatitudini: i) Il primo grido riguarda i poveri: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Il lettore ne resta scioccato: come è possibile che i poveri possano essere felici? Il povero nella Bibbia è colui che si svuota di sé e soprattutto rinuncia alla presunzione di costruire il suo presente e futuro in modo autonomo per lasciare, invece, più spazio e attenzione al progetto di Dio e alla sua Parola. Il povero, sempre in senso biblico, non è un uomo chiuso in se stesso, miserabile, rinunciatario, ma nutre apertura a Dio e agli altri. Dio rappresenta tutta la sua ricchezza. Potremmo dire con S.Teresa d’Avila: felici sono coloro che fanno esperienza del “Dio solo basta!”, nel senso che sono ricchi di Dio. ii) “Beati gli afflitti perché saranno consolati”. Si può essere afflitti per un grande dolore o sofferenza. Tale stato d’animo sottolinea che si tratta di una situazione grave anche se non vengono indicati i motivi per identificarne la causa. Volendo identificare nell’oggi l’identità di questi “afflitti” si potrebbe pensare a tutti quei cristiani che hanno a cuore le istanze del regno e soffrono per tante negatività presenti nella Chiesa; invece, di attendere alla santità, la chiesa presenta divisioni e lacerazioni. Ma possono essere anche coloro che sono afflitti per i loro peccati e inconsistenze e che, in qualche modo, rallentano il cammino della conversione. A queste persone solo Dio può portare la novità della “consolazione”. iii) “Beati quelli che sono miti, perché erediteranno la terra”. La terza beatitudine riguarda la mitezza. Un atteggiamento, oggi, poco popolare. Anzi per molti ha una connotazione negativa e viene scambiata per debolezza o per quella imperturbabilità di chi sa controllare per calcolo la propria emotività. Qual è il significato del termine “miti” nella Bibbia? I miti vengono ricordati come persone che godono di una grande pace (Sal 37,10), ritenute felici, benedette, amate da Dio. E nello stesso tempo vengono contrapposte ai malvagi, agli empi, ai peccatori. Quindi l’AT presenta una ricchezza di significati che non ci permettono una definizione univoca. 3. La parola m’illumina (per meditare) a) So accettare quei piccoli segni di povertà che possono riguardarmi? Ad esempio la povertà della salute, piccole indisposizioni? Ho pretese esorbitanti? 4. Per pregare a) Salmo 23: Il salmo pare ruotare attorno ad un titolo “Il Signore è il mio pastore”. I santi sono l’immagine del gregge in cammino: essi sono accompagnati dalla bontà e lealtà di Dio, finché giungono definitivamente alla casa del Padre (L.Alonso Schökel, I salmi della fiducia, Dehoniana libri, Bologna 2006, 54) Il Signore è il mio pastore: In verdi pascoli mi fa riposare Anche se vado per valli oscure, Mi prepari una mensa di fronte ai nemici, La tua bontà e la tua fedeltà mi seguono b) Preghiera finale: Signore Gesù, tu ci indichi il sentiero delle beatitudini per giungere a quella felicità che è pienezza di vita e quindi santità. Tutti siamo chiamati alla santità, ma il tesoro per i santi è solo Dio. La tua Parola, o Signore, chiama santi tutti coloro che nel battesimo sono stati scelti dal tuo amore di Padre, per essere conformati a Cristo. Fà, o Signore, che per tua grazia sappiamo realizzare questa conformità a Cristo Gesù. Ti ringraziamo, Signore, per i tuoi santi che hai posto nel nostro cammino manifestazione del tuo amore. Ti chiediamo perdono se abbiamo sfigurato in noi il tuo volto e rinnegato la nostra chiamata ad essere santi. |
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