Lectio Divina

5¬ Domenica di Pasqua (C)

Il nuovo comandamento:
amare il prossimo come Gesù ci ha amati
Giovanni 13,31-35

1. LECTIO

a) Preghiera iniziale:

Signore Gesù aiutaci a capire il mistero della Chiesa come comunità d’amore. Dandoci il comandamento nuovo dell’amore come costitutivo della chiesa ci indichi che esso è in cima alla gerarchia dei valori. Quando stavi per dare l’addio ai tuoi discepoli hai voluto offrire il memoriale del comandamento nuovo, lo statuto nuovo della comunità cristiana. Non è stata una pia esortazione, ma appunto, un comandamento nuovo, che è l’amore. In questa ‘relativa assenza’ siamo invitati a riconoscerti presente nella persona del fratello. In questo periodo della Pasqua, Signore Gesù, tu ci ricordi che il tempo della Chiesa, è il tempo della carità, è il tempo dell’incontro con Te attraverso i fratelli. Sappiamo che alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore. Aiutaci a incontrarti in ogni fratello e sorella, cogliendo le piccole occasioni di ogni giorno.

b) Lettura del vangelo:

Giovanni 13,31-35Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’Uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi, dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato. Così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri».

c) Momenti di silenzio orante:

Il brano del vangelo che ci accingiamo a meditare riporta alcune parole di addio di Gesù rivolte ai suoi discepoli. Tale brano è da considerarsi una specie di sacramento dell’incontro con la Persona vive e vera di Gesù.

2. MEDITATIO

a) Preambolo al discorso di Gesù:

Il nostro brano conclude il cap. 13 dove due temi s’intrecciano per essere poi ripresi e sviluppati nel cap. 14: dove il Signore va e dunque il luogo; e il tema del comandamento dell’amore. Alcune osservazioni sul come è articolato il contesto in cui sono inserite le parole di Gesù sul comandamento nuovo possono essere di aiuto per giungere ad alcune riflessioni preziose sui contenuti.

Innanzitutto al v.31 si dice «quando fu uscito», di chi si tratta? Per capirlo bisogna ricorre al v.30 dove si dice che «egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte». Quindi il personaggio che esce è Giuda. L’espressione, poi, «ed era notte», è caratteristica di tutti i «discorsi d’addio» che appunto avvengono nella notte. Le parole di Gesù in Gv 13,31-35 sono precedute da questa immersione nel buio della notte. Qual è il significato simbolico? In Giovanni la notte rappresenta il momento più alto dell’intimità sponsale (per esempio la notte nuziale), ma anche quella dell’estrema angoscia. Altri significati del buio notturno: rappresenta il pericolo per antonomasia, è il momento in cui il nemico tesse le trame della vendetta verso di noi, esprime il momento della disperazione, della confusione, del disordine morale ed intellettuale. Il buio della notte è come una via senza uscita.

In Gv 6, durante la tempesta notturna, il buio della notte esprime l’esperienza della disperazione e della solitudine mentre essi sono in balia delle forze oscure che agitano il mare. Ancora, l'annotazione temporale "mentre era ancora buio" in Gv 20,1 sta a indicare le tenebre provocate dall'assenza di Gesù. Infatti nel vangelo di Giovanni il Cristo luce non si trova nel sepolcro, perciò regna il buio (20,1).

A ragione, dunque, i «discorsi d’addio» vanno considerati all’interno di questa cornice temporale. Quasi indicare che il colore di fondo di questi discorsi è la separazione, la morte o la partenza di Gesù darà luogo a un senso di vuoto o di amara solitudine. Nell’oggi della chiesa e dell’umanità potrebbe significare che quando Gesù, lo rendiamo assente nella nostra vita, si affaccia l’esperienza dell’angoscia e della sofferenza.

Riportando le parole di Gesù in 3,31-34, eco della sua partenza e della sua morte immediata, l’evangelista Giovanni ha rievocato il suo passato vissuto con Gesù, intessuto di ricordi che hanno aperto gli occhi alla ricchezza misteriosa del Maestro. Tale rievocazione del passato fa, anche, parte del cammino della fede.

È caratteristico dei «discorsi d’addio» che tutto ciò che si trasmette, in particolar modo nel momento così tragico e solenne della morte, diventi patrimonio inalienabile, testamento da custodire con fedeltà. Anche quelli di Gesù sintetizzano tutto ciò che ha insegnato e compiuto, con l’intento di sollecitare i discepoli a proseguire nella stessa direzione da lui indicata.

b) Per l’approfondimento:

La nostra attenzione si ferma, innanzitutto, sulla prima parola utilizzata da Gesù in questo discorso d’addio che leggiamo in questa domenica di Pasqua: «Ora». «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato». Di quale «ora» si tratta? È il momento della croce che coincide con la glorificazione. Quest’ultimo termine nel vangelo di Giovanni coincide con la manifestazione, o rivelazione. Quindi la croce di Gesù è l’«ora» della massima epifania o manifestazione della verità. Và escluso ogni significato circa l’essere glorificato che possa far pensare a qualcosa di relativo all’«onore», al «trionfalismo», ecc.

Da un lato Giuda entra nella notte, Gesù si prepara alla gloria: «Quando fu uscito, Gesù disse: “Ora è stato glorificato il Figlio dell’uomo, e Dio si è glorificato in lui; poiché Dio si è glorificato in lui, Dio lo glorificherà in se stesso, e lo glorificherà subito” (v.31-32). Il tradimento di Giuda matura in Gesù la convinzione che la sua morte è «gloria». L’ora della morte in croce è compresa nel piano di Dio; è l’«ora» nella quale sul mondo, mediante la gloria del «Figlio dell’uomo», risplenderà la gloria del Padre. In Gesù, che offre la vita al Padre nell’«ora» della croce, Dio si glorifica rivelando il suo essere divino e accogliendo nella sua comunione tutti gli uomini.

La gloria di Gesù (del Figlio) consiste nel suo «estremo amore» per tutti gli uomini, tanto da offrirsi anche a coloro che lo tradiscono. Un amore, quello del Figlio, che si fa carico di tutte quelle situazioni distruttive e drammatiche che gravitano sulla vita e la storia degli uomini. Il tradimento di Giuda simboleggia, non tanto l’atto di un singolo, ma quello di tutta l’umanità malvagia e infedele alla volontà di Dio.

Tuttavia, il tradimento di Giuda resta un evento gravido di mistero. Scrive un esegeta: con il suo tradire Gesù, «la colpa è inserita nella rivelazione; è persino a servizio della rivelazione» (Simoens, Secondo Giovanni, 561). In certo qual modo il tradimento di Giuda offre la possibilità di conoscere meglio l’identità di Gesù: il suo tradire ha permesso di comprendere fino a che punto è giunta la predilezione di Gesù per i suoi. Scrive Don Primo Mazzolari: «Gli apostoli sono diventati degli amici del Signore, buoni o no, generosi o no; fedeli o no rimangono sempre degli amici. Non possiamo tradire l’amicizia del Cristo: Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici, anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di lui, anche quando lo neghiamo. Davanti ai suoi occhi e al suo cuore noi siamo sempre gli “amici” del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consuma il tradimento del Maestro» (Discorsi 147).

c) Il comandamento nuovo:

Fermiamo la nostra attenzione sul memoriale del comandamento nuovo.

Al v.33 notiamo un cambiamento del discorso d’addio di Gesù, non usa più la terza persona ma c’è un «tu» al quale il Maestro rivolge la sua parola. Questo «tu» è espresso al plurale e con un termine greco che esprime profonda tenerezza: «figliuoli» (teknía). Più concretamente: Gesù utilizzando questo termine intende comunicare ai suoi discepoli, col tono della sua voce e con l’apertura del suo cuore, l’immensa tenerezza che nutre per loro.

Interessante è anche un’altra indicazione che troviamo al v.34: «che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato». Il termine greco Kathòs «come», non indica di per sé un paragone: come io vi ho amati, cosi voi amatevi. Il senso potrebbe essere consecutivo o causale: «Siccome vi ho amati, così amatevi anche voi».

C’è chi come P.Lagrange vede in questo comandamento di Gesù un senso escatologico: durante la sua relativa assenza, Gesù, in attesa del suo definitivo ritorno, vuole essere amato e servito nella persona dei suoi fratelli. Il comandamento nuovo è l’unico comandamento. Se manca, manca tutto. Scrive Magrassi: «Via le etichette e le classificazioni: ogni fratello è sacramento di Cristo. Interroghiamoci sulla nostra vita quotidiana: si può vivere accanto al fratello dalla mattina alla sera senza accettarlo e senza amarlo? La grande operazione in questo caso è l’estasi nel senso etimologico della parola: uscire da me per farmi prossimo a chiunque ha bisogni di me, cominciando dai più vicini e cominciando dalle cose umili di ogni giorno» (Vivere la chiesa, 113).

d) Per la riflessione:

- Il nostro amore per i fratelli è proporzionato direttamente all’amore per Cristo?
- So riconoscere il Signore presente nella persona del fratello, della sorella?
- So cogliere le piccole occasioni quotidiane per fare del bene agli altri?
- Interroghiamoci sulla nostra vita quotidiana: si può vivere accanto ai fratelli dalla mattina alla sera senza accettarli e senza amarli?
- La carità dà significato a tutto nella mia vita?
- Cosa posso fare io per mostrare la mia riconoscenza al Signore che per me è venuto a farsi servo e ha consacrato per il mio bene tutta la sua vita? Gesù risponde: Servimi nei miei fratelli: è questo il modo più autentico per dimostrare il realismo del tuo amore per me.

3. ORATIO

a) Salmo 23,1-6:

Il salmo ci offre l’immagine della chiesa incammino accompagnata dalla bontà e lealtà di Dio, finché giunga definitivamente alla casa del Padre. In questo cammino, il memoriale dell’amore, la orienta: la tua bontà e la tua fedeltà mi seguono.

Il Signore è il mio pastore: nulla mi manca
In verdi pascoli mi fa riposare
Mi conduce, a fonti tranquille
E rinnova le mie forze;
mi guida per il sentiero giusto
facendo onore al suo nome
Anche se vado per valli oscure,
non ho paura, perché tu vieni con me,
il tuo bastone e il tuo vincastro mi rasserenano.
Mi prepari una mensa di fronte ai miei nemici,
mi ungi il capo con profumi,
il mio calice trabocca.
La tua bontà e la tua fedeltà mi seguono
Per tutta la vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.

b) Pregare con i Padri della Chiesa:

T’amo per te stesso, t’amo per i tuoi doni,
t’amo per amor tuo
e t’amo in modo che,
se giammai un giorno Agostino fosse Dio
e Dio fosse Agostino,
io vorrei tornare a essere quello che sono, Agostino,
per fare di te quello che sei,
perché tu solo sei degno di essere chi sei.
Signore, tu lo vedi,
la mia lingua vaneggia,
non so esprimermi,
ma non vaneggia il cuore.
Tu vedi quello che io provo
e quello che non so dirti.
Io ti amo, mio Dio,
e il mio cuore è angusto a tanto amore,
e le mie forze cedono a tanto amore,
e il mio essere è troppo piccolo per tanto amore.
Io esco dalla mia piccolezza
e tutto in te mi immergo,
mi trasformo e mi perdo.
Fonte dell’essere mio,
fonte di ogni mio bene:
mio amore e mio Dio.
(S. Agostino: Le confessioni)

c) Preghiera finale:

La Beata Teresa Scrilli afferrata da un desiderio ardente di corrispondere all’amore di Gesù, così si esprime:

Ti amo,
o mio Dio,
nei doni tuoi;
ti amo nella mia nullità,
che anche in questa comprendo,
la tua infinita sapienza;
ti amo nelle vicende molteplici svariate o straordinarie,
di che, tu accompagnaste la mia vita…
Ti amo in tutto,
o di travaglio, o di pace;
perché non cerco,
né mai cercai,
le consolazioni di Te;
ma Te, Dio, delle consolazioni.
Perciò mai mi gloriai
né mi compiacqui,
di quello che mi faceste provare nel tuo Divino amore per sola grazia gratuita,
né mi angustiai e turbai,
se rilasciata nell’aridità e pochezza.
(Autobiografia, 62)

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Ultima revisione: 9 aprile 2007