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Sacro Cuore di Gesł (C)La pecora smarrita è ritrovata Orazione iniziale 1. LEGGERE a) Il testo:
b) Il contesto: Questo brevissimo brano costituisce solo l’inizio del grande cap. 15 del Vangelo di Luca, un cap. centralissimo, quasi il cuore del Vangelo e del suo messaggio. Qui, infatti, sono racchiusi i tre racconti della misericordia, come in un’unica parabola: la pecora, la moneta e il figlio sono immagini di un’unica realtà, portano in sé tutta la ricchezza e la preziosità dell’uomo davanti agli occhi di Dio, il Padre. Qui sta il significato ultimo dell’incarnazione e della vita di Cristo nel mondo: la salvezza di tutti, Giudei o Greci, schiavi o liberi, uomini o donne. Nessuno deve rimanere fuori dal banchetto della misericordia. c) La struttura: Il v. 3 fa da introduzione e ci ricollega alla situazione precedente, cioè quella in cui Luca descrive il movimento gioioso, di amore e conversione, dei peccatori e dei pubblicani, i quali, senza paure, continuano ad avvicinarsi a Gesù per ascoltarlo. E’ qui che si innesca la mormorazione, la rabbia, la critica e quindi il rifiuto dei farisei e degli scribi, convinti di avere in se stessi la giustizia e la verità. 2. MEDITARE LA PAROLA a) Un momento di silenzio orante:
Ora, come i pubblicani e i peccatori, anch’io desidero avvicinarmi al Signore Gesù per ascoltare le parole della sua bocca, per fare attenzione, col cuore e con la mente, a quanto Lui vuole dirmi. Mi apro, allora, mi lascio raggiungere dalla sua voce, dal suo sguardo su di me, che mi raggiunge fino in fondo… b) Alcuni percorsi di approfondimento:
“Chi uomo tra voi?” Bisogna partire da questa domanda fortissima di Gesù, rivolta ai suoi interlocutori di quel momento, ma rivolta ancora oggi anche a noi. Siamo messi seriamente di fronte a noi stessi, per capire chi siamo, come siamo nel profondo. “Chi è un vero uomo fra voi?”, dice Gesù. Come pochi versetti più sotto dirà: “Chi donna?”. E’ un po’ la stessa domanda che poneva il salmista, dicendo: “Che cos’è l’uomo?” (8, 5) e che ripeteva Giobbe, parlando con Dio: “Che cos’è quest’uomo?” (7, 17). Dunque, noi qui, in questo brevissimo racconto di Gesù, in questa parabola della misericordia, troviamo la verità: arriviamo a comprendere chi è davvero uomo, tra noi. Ma per far questo, occorre che noi incontriamo Dio, nascosto in questi versetti, perché con Lui dobbiamo confrontarci, in Lui rispecchiarci e trovarci. Il comportamento del pastore con la sua pecora ci dice cosa dobbiamo fare, come dobbiamo essere e ci svela come siamo in realtà, mette a nudo le nostre piaghe, la nostra profonda malattia. Noi, che ci crediamo déi, non siamo nemmeno uomini. Vediamo il perché… “novantanove – uno” Ecco che la luce di Dio ci pone subito a confronto con una realtà molto forte, sconvolgente per noi. Incontriamo, in questo vangelo, un gregge, uno come tanti, abbastanza numeroso, forse di un uomo benestante: cento pecore. Numero perfetto, simbolico, divino. La pienezza dei figli di Dio, tutti noi, ciascuno, uno per uno, nessuno può rimanere escluso. Ma in questa realtà succede una cosa impensabile: si crea una divisione enorme, squilibrata al massimo. Da una parte 99 pecore e dall’altra una sola. Non c’è alcuna proporzione accettabile. Eppure queste sono le modalità di Dio. Ci viene subito da pensare e da chiederci a quale dei due gruppi noi apparteniamo. Siamo fra le 99? O siamo quell’unica, quella sola, così grande, così importante da fare da controparte a tutto il resto del gregge? Guardiamo bene al testo. La pecora unica, quella sola, emerge subito dal gruppo perché si perde, si smarrisce, vive, insomma, un’esperienza negativa, pericolosa, forse mortale. Ma sorprendentemente il pastore non la lascia andare via così, non se ne lava le mani; anzi, abbandona le altre, che erano rimaste con lui e va in cerca di lei. Possibile una cosa del genere? Un abbandono di queste dimensioni può essere giustificato? Qui cominciamo ad entrare in crisi, perché sicuramente ci era venuto spontaneo classificarci tra le 99, rimaste fedeli. E invece il pastore se ne va e corre a cercare quella cattiva, quella che non meritava niente, se non la solitudine e l’abbandono che si era cercata da sé. E poi cosa succede? Il pastore non si arrende subito, non pensa neanche di tornare indietro, sembra non preoccuparsi delle altre sue pecore, le 99. Il testo dice che lui “va su quella perduta, finché non la trova”. E’ interessantissima quella preposizione “su”; sembra quasi una fotografia del pastore, che si china col cuore, col pensiero, col corpo su quell’unica pecora. Scruta il terreno, cerca le sue orme, che lui sicuramente conosce e che ha inciso nelle sue palme (Is 49, 16); interroga il silenzio, per sentire se c’è ancora l’eco lontana dei suoi belati. La chiama per nome, le ripete il loro segnale convenzionale, quello col quale ogni giorno l’ha accolta e accompagnata. E finalmente la trova. Sì, non poteva che essere così. Ma non c’è punizione, non violenza, non durezza. Solo un amore infinito e una gioia traboccante. Dice Luca: “Se la pone sulle sue spalle tutto contento…”. E fa festa, a casa, con gli amici e i vicini. Il testo non racconta nemmeno che il pastore sia tornato nel deserto a riprendere le altre 99. Davanti a tutto questo è chiaro, chiarissimo, che dovremmo essere noi quell’unica, quella sola pecora, così tanto amata, così preferita. Dovremmo riconoscere che ci siamo smarriti, che abbiamo peccato, che senza il pastore non siamo nulla. E’ questo il grande passaggio che la parola del Vangelo ci chiama a compiere, oggi: liberarci dal peso della nostra presunta giustizia, deporre il giogo della nostra autosufficienza e metterci, anche noi, dalla parte dei peccatori, degli impuri, dei ladri. Ecco perché Gesù comincia chiedendoci: “Chi uomo tra voi?”. “nel deserto” Questo è il luogo dei giusti, di chi si crede a posto, senza peccato, senza macchia. Non sono ancora entrati nella terra promessa, stanno al di fuori, lontano, esclusi dalla gioia, dalla misericordia. Come quelli che non hanno accettato l’invito al banchetto del re e si sono tirati indietro, chi con una scusa, chi con un’altra. Nel deserto e non nella casa, come quell’unica. Non alla tavola del pastore, dove c’è pane buono e sostanzioso, dove c’è il vino che rallegra il cuore. La tavola imbandita del Signore: il suo Corpo e il suo Sangue. Dove il Pastore diventa Egli stesso pecora, agnello immolato, cibo di vita. Chi non ama il fratello, chi non apre il cuore alla misericordia, come fa il pastore del gregge, non può entrare nella casa, ma rimane fuori. Il deserto è la sua eredità, la sua dimora. E lì non c’è cibo, né acqua, non pascoli, né recinto per le pecore. Gesù con-mangia con i peccatori, con i pubblicani, le prostitute, con gli ultimi, gli esclusi e imbandisce la mensa, il suo banchetto di grasse vivande, di vini eccellenti, di cibi succulenti (Is 25, 6). A questa mensa egli invita anche noi… c) Passi paralleli interessanti:
2 Sam 12, 1-4: Matteo 9, 10-13: Luca 19, 1-10: Luca 7, 39: Luca 5, 27-32: Matteo 21, 31-32: d) Brevi commenti della tradizione spirituale del Carmelo:
S. Teresa di Gesù Bambino: Beata Elisabetta: S. Giovanni della Croce: 3. LA PAROLA E LA VITA Alcune domande:
● “…avendo perso una sola di esse…”. Il vangelo richiama subito la nostra attenzione sulla realtà forte e dolorosa dello smarrimento, della perdita. Quell’unica pecora del gregge è andata fuori strada, si è allontanata dalle altre. Non si tratta solo di un evento, una cosa accaduta, ma è piuttosto una caratteristica della pecora; infatti al v. 6 viene chiamata ‘la perduta’, quasi questo fosse il suo vero nome. Qui sta il punto di partenza, la verità. Perché è di noi che si parla. Siamo noi i figli dispersi, gli smarriti, gli erranti; anzi, i peccatori, i pubblicani. E’ inutile che continuiamo a crederci giusti, a considerarci migliori degli altri, degni del regno, della presenza di Dio, quasi in dovere di brontolare, di mormorare contro Gesù che, invece, dà attenzione a chi sbaglia. Devo chiedermi, davanti a questo vangelo, se sono disposto a compiere questo percorso profondo di conversione, di revisione interiore molto forte. Devo decidermi da quale parte voglio stare: se lasciarmi prendere sulle spalle del pastore o se rimanere distante, in fondo solo, con la mia giustizia. Ma se non so usare misericordia, se non so accogliere, perdonare, stimare, come posso aspettare tutto questo nei miei confronti? ● “…le 99 nel deserto…”. Devo aprire gli occhi su questa realtà: il deserto. Dove credo di essere, io? Dove abito? Dove cammino? Quali sono i miei pascoli? Credo di essere al sicuro, di abitare nella casa del Signore, tra i suoi figli fedeli, ma chissà se è davvero così. “Su pascoli erbosi il Signore mi fa riposare”, dice il salmo. Ma io mi sento in questo riposo? E perché, allora, sono così inquieto, insoddisfatto, sempre alla ricerca di qualcosa di più, di meglio, di più grande? Guardo la mia vita: non è un po’ un deserto? Dove non c’è amore e compassione, dove rimango chiuso ai miei fratelli e non so accoglierli così come sono, nei loro limiti, negli errori che fanno, nelle sofferenze, che forse mi procurano, lì nasce il deserto, lì vengo meno e mi sento affamato e assetato. Questo è il momento di lasciarmi cambiare il cuore: riconoscermi misero per diventare misericordioso. ● “…va dietro la perduta, finché non la ritrova…”. Abbiamo visto che il testo descrive con finezza l’azione del pastore: lascia indietro tutte le pecore e va sopra quell’unica che si è smarrita. Il verbo può sembrare un po’ strano, ma è molto efficace. Come Osea dice riguardo a Dio, che parla al suo popolo che ama, come ad una sposa: “Parlerò sopra il suo cuore” (2, 16). E’ un movimento, un trasporto d’amore; un piegarsi paziente, tenace, che non si arrende, ma che insiste sempre. L’amore vero, infatti, non viene meno. Così agisce il Signore verso ognuno dei suoi figli. Anche verso di me. Se mi guardo indietro, se ripenso alla mia storia, mi accorgo di quanto amore, quanta pazienza, quanto dolore, anche, Lui ha sperimentato per me, per ritrovarmi, per ridarmi quello che io avevo sciupato e perduto. Lui non mi ha mai abbandonato. Lo riconosco, è davvero così. Però, a questo punto, cosa ne faccio, io, di questo amore così gratuito, così grande, traboccante? Se lo tengo chiuso nel mio cuore, si perde. Non può essere conservato fino al giorno dopo, come la manna; altrimenti fa i vermi, imputridisce. Devo, oggi stesso, riconsegnarlo, distribuirlo, diffonderlo. Guai a me, se non amo. E provo a pensare al mio atteggiamento verso i miei fratelli e le mie sorelle, quelli che incontro ogni giorno, coi quali condivido la vita. Com’è il mio modo di fare nei loro confronti? Assomiglio almeno un po’ al pastore bello, al pastore buono, che va in cerca, che si avvicina, che si china sopra con tenerezza, attenzione, amicizia, o anche amore? Oppure sono superficiale, non mi importa veramente di nessuno, lascio che ognuno faccia le sue scelte, viva i suoi dolori, senza dispormi per niente alla condivisione, al portare insieme? Che fratello o sorella sono, io? Che padre, che madre sono? ● “Congioite con me!”. Il brano si chiude con una festa, che diventa poi un vero e proprio banchetto, secondo la descrizione che Luca fa alla fine della parabola. Un pranzo da re, una festa solenne, col cibo migliore, tenuto da parte, ad ingrassare, per l’occasione, con le vesti più belle, coi piedi calzati e l’anello al dito. Una gioia che cresce sempre più, che contagia, una gioia insieme. E’ l’invito che il Padre, il Re, ci fa ogni giorno, ogni mattina; desidera che partecipiamo anche noi alla sua gioia per il ritorno dei suoi figli, i nostri fratelli. Mi infastidisce, questo? Vorrei, piuttosto, che si rimanesse tranquilli, magari col volto truce di chi vuole fare i conti sugli errori, sugli smarrimenti dell’uno e dell’altro? Il mio cuore è aperto, è disponibile a questa gioia di Dio? Preferisco stare fuori, magari a recriminare quello che mi sembra non mi venga dato, la parte di patrimonio che mi spetta, il premio speciale per far festa con chi mi pare? Ma capisco bene che se non entro adesso al banchetto di Dio, dove sono invitati i poveri, gli zoppi, gli storpi, i ciechi, quelli che nessuno vuole; se non prendo parte alla gioia comune della misericordia, resterò fuori per sempre, triste, chiuso in me stesso, nella tenebra e nel pianto, come dice il Vangelo. 4. LA PAROLA DIVENTA PREGHIERA a) Salmo 103
Il Signore è buono e grande nell’amore. Benedici il Signore, anima mia, Buono e pietoso è il Signore, Come il cielo è alto sulla terra, b) Preghiera finale: Padre buono e misericordioso, lode a te per il tuo amore che ci hai rivelato nel Cristo tuo Figlio! Tu, misericordioso, chiami tutti a diventare misericordia. Aiutami a riconoscermi ogni giorno bisognoso del tuo perdono, della tua compassione, bisognoso dell’amore e della comprensione dei miei fratelli. La tua Parola cambi il mio cuore e mi renda capace di seguire Gesù, di uscire ogni giorno insieme a Lui per cercare i miei fratelli nell’amore. Amen. |
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